La concezione dell’uomo secondo Dante

Cfr. C. BOLOGNA, P. ROCCHI, G. ROSSI, 𝐿𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑣𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜. 𝑉𝑜𝑙. 1, 𝑡. 𝐴. 𝐷𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑖 𝑎 𝐵𝑜𝑐𝑐𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜, Torino, Loescher, 2020, pp. 259-262.

 

Quella dantesca dell’uomo è una visione totale, che non trascura alcun aspetto dell’esistenza; in essa il dato autobiografico è presente con forza, ma non si esaurisce nel racconto di sé; l’esperienza storica e umana va oltre il dato contingente e diventa narrazione allegorica, acquisendo un significato più profondo. Infatti, nella Commedia la prospettiva individuale si allarga fino a comprendere una dimensione collettiva e universale, inserendosi in un disegno più ampio. Così il poema, vero e proprio poema-mondo, è il testo che meglio esprime tale visione totale dell’uomo: l’autore non si stanca mai di ribadire i concetti di dignità e di libertà, da lui appresi nello studio di Aristotele, Boezio, Sant’Agostino e San Tommaso.

Ma che cosa significa «visione totale» dell’uomo? Nella cultura medievale l’essere umano era sentito in profonda relazione con l’universo, la cui forma concentrica e unitaria aveva per centro la Terra (secondo il modello geocentrico), immobile in un sistema mobile. Si pensava che le sfere dei cieli le ruotassero intorno, creando un insieme pluricircolare governato da Dio e mosso dal suo amore.

Lucca, Biblioteca Statale. Codex Latinum 1942 (XII sec.), c. 9r. Ildegarda di Bingen e l’Uomo al centro dell’universo.

L’uomo, pur essendo stato esiliato dal Paradiso terrestre a causa del peccato originale, era secondo nella scala delle creature solo agli angeli e portava in sé la scintilla divina del Creatore. Negli umani Dio avrebbe infuso la capacità di conoscere se stessi, di produrre concetti astratti attraverso l’intelletto, da cui deriverebbe anche la facoltà di parola.

Grazie alla ragione e alla parola, l’umanità ha potuto realizzare l’attitudine a vivere in società e a interessarsi alla polis, secondo la nota teoria aristotelica che faceva l’uomo un animale politico. In base a tale assunto, lo scopo dell’umanità nel mondo dovrebbe essere quello di superare l’interesse egoistico a vantaggio del bene collettivo, nel rispetto delle leggi garanti della giustizia. In questo modo, la dimensione etica si collega con quella politica, che ha per obiettivo il conseguimento della felicità terrena e razionale, assicurata dall’esercizio della filosofia e dalla guida dell’autorità imperiale.

Secondo il pensiero medievale, l’uomo detiene in comune con Dio, oltre all’intelletto, anche l’esercizio della volontà, con cui si realizza il libero arbitrio. Non basta infatti conoscere il vero bene, ma occorre anche volerlo fare; e ciò nell’uomo avviene per libera scelta e non per istinto – come invece accade negli animali. Per queste sue caratteristiche, l’uomo si pone come mediatore tra la dimensione terrena e quella celeste, tra materia e spirito, abbracciando tutti gli stati dell’essere: da quelli più bassi, che portano al peccato, a quelli più alti, che conducono alla beatitudine. Per conquistare la felicità celeste, l’umanità dovrà affidarsi alla Grazia e al sapere teologico del papa.

Secondo Dante, Dio ha affidato alle due autorità terrene – imperatore e pontefice – il compito di guidare gli uomini alla duplice felicità. Ma è stata l’alterazione dei rapporti tra i due poteri a condurre alla crisi del suo tempo. La Chiesa, detentrice del potere spirituale, ha preteso di estendere il proprio controllo sul potere temporale (di competenza regia), minando così all’equilibrio voluto da Dio.

Dio crea Adamo a sua immagine e somiglianza (particolare). Mosaico, 1143. Palermo, P.zzo dei Normanni, Cappella Palatina.

 

Per Dante, allora, l’unica soluzione consisterebbe nel ripristino dell’autorità politica dell’imperatore. Quando, dopo anni di vacanza imperiale, fu incoronato Arrigo VII di Lussemburgo, con l’assenso di papa Clemente V, l’evento sembrò all’Alighieri il segno di un nuovo corso. La discesa in Italia del sovrano, nel 1310, alimentò le speranze in una presenza più diretta dell’imperatore quale arbitro nelle vicende italiane. Purtroppo le cose non andarono nel modo atteso: la scomparsa improvvisa di Arrigo VII nel 1313 allontanò ogni possibilità di realizzare il disegno politico immaginato da Dante. Ciononostante, il poeta non cambiò le proprie convinzioni e la certezza di una necessaria collaborazione e piena sovranità, nei rispettivi ambiti, della Chiesa e dell’Impero.

 

L’uomo, orizzonte tra due fini (Mn. III, xv, 3-15 passim) [testo latino]

 

[3] Bisogna sapere che l’uomo solo fra tutti gli esseri occupa il mezzo tra le cose corruttibili e le incorruttibili; perciò i filosofi lo paragonano giustamente all’orizzonte, che è a mezzo tra i due emisferi. [4] L’uomo infatti, se lo si consideri secondo entrambe le parti essenziali, cioè l’anima e il corpo, è corruttibile; se lo si consideri invece secondo una sola, cioè l’anima, è incorruttibile […]. [5] Se dunque l’uomo è un che d’intermedio tra le cose corruttibili e le incorruttibili, poiché tutto ciò che è intermedio risente della natura degli estremi, è necessario che l’uomo risenta dell’una e dell’altra natura. [6] E, poiché ogni natura è ordinata a un fine ultimo, ne consegue che per l’uomo vi sia un fine duplice: cosicché, come tra tutti gli esseri è il solo a partecipare dell’incorruttibilità e della corruttibilità, così è anche il solo tra tutti gli esseri a essere ordinato a due fini, dei quali l’uno è quello a cui ordinato in quanto è corruttibile, l’altro invece in quanto è incorruttibile.

[7] Due fini pertanto stabilì che l’uomo perseguisse quell’ineffabile provvidenza: vale a dire la beatitudine di questa vita, che consiste nell’operare della propria virtù ed è raffigurata dal paradiso terrestre; e la beatitudine della vita eterna, che consiste nella fruizione della visione divina, a cui la propria virtù non può ascendere, se non sorretta dal lume divino, e che si può intendere per il paradiso celeste. [8] A queste beatitudini, come a diverse conclusioni, conviene pervenire per diversi mezzi. Alla prima, infatti, giungiamo per mezzo delle dottrine filosofiche, allorché le seguiamo con l’operare secondo le virtù morali e intellettuali; alla seconda, invece, per mezzo delle dottrine spirituali che trascendono la ragione umana, allorché le seguiamo con l’operare secondo le virtù teologiche, cioè la fede, la speranza e la carità […]. [10] Perciò, per l’uomo ci fu bisogno, in conformità al suo duplice fine, di un duplice rimedio direttivo, cioè del Sommo Pontefice, che secondo le cose rivelate conducesse il genere umano alla vita eterna, e dell’Imperatore, che dirigesse il genere umano alla felicità temporale, secondo gli insegnamenti filosofici. [11] E poiché a questo porto nessuno o pochi possono pervenire, e questi con difficoltà estrema, se il genere umano, sedati gli allettanti marosi della cupidigia, non riposi libero nella tranquillità della pace, questa è la meta alla quale soprattutto deve mirare il tutore del mondo, che è chiamato il Principe romano, affinché appunto si viva liberamente con la pace in questa aiuola dei mortali. [12] E poiché la disposizione di questo mondo segue la disposizione inerente alla circolazione dei cieli, è necessario, a ciò che gli universali principi della libertà e della pace si applichino in modo adatto ai luoghi e ai tempi, che questo tutore sia stabilito da Colui che presenzialmente vede la totale disposizione dei cieli. Egli è infatti il solo che l’abbia preordinata, sì da provvedere egli stesso per mezzo di quella a connettere ogni cosa ai suoi ordini. [13] E se è così, Dio solo è colui che elegge, egli solo conferma, perché non ha alcun superiore […]. [15] Così, dunque, è palese che l’autorità del Monarca temporale deriva in lui, senza alcun tramite, dalla Fonte dell’autorità universale: la qual Fonte, unita nella sommità della sua semplicità, rifluisce in molteplici alvei per sovrabbondanza di bontà.

 

Venezia, Biblioteca Marciana. Il papa e l’imperatore, inginocchiati ai piedi del Divino Legislatore, ricevono rispettivamente la tiara e la spada, miniatura tratta dal Decretum Gratiani, o Concordia discordantium canonum (XIV sec.)

La Monarchia è un trattato in tre libri, compilati in latino e di datazione incerta (1308; 1312-13; 1317-18). L’ipotesi più accreditata è che l’opera sia stata redatta in seguito alla discesa di Arrigo VII (1310). Essa è incentrata su tre questioni: la necessità dell’Impero per il benessere dell’umanità (libro I); il ruolo dell’Impero romano nel disegno provvidenziale divino (libro II); il rapporto tra Chiesa e Impero (libro III). Il trattato fu condannato dalla Chiesa per le teorie esposte sul potere temporale del papa e per la critica che l’autore muove nei confronti della cosiddetta Donazione di Costantino, documento con cui l’imperatore romano avrebbe donato nel 314 a papa Silvestro I la giurisdizione su Roma, sull’Italia e sulla parte occidentale dell’Impero.

Il brano riportato costituisce la parte conclusiva del trattato e affronta il tema dei rapporti tra Impero e Chiesa. Il discorso di Dante prende le mosse da un motivo a lui caro: la doppia natura dell’essere umano, da un lato vincolato alla sua materialità e dall’altro partecipe della divinità. Per questo, sottolinea il poeta, i filosofi hanno paragonato l’uomo all’orizzonte, la linea che delimita i due emisferi della materia e dello spirito.

Ciascuna delle due componenti raggiunge il proprio fine attraverso percorsi diversi, ma complementari: la beatitudine terrena attraverso la filosofia, quella celeste tramite la fede. Questi due strumenti, però, non bastano da soli a garantire il conseguimento dell’obiettivo. Perciò, Dio ha dispensato all’uomo due guide: l’imperatore, per stimolare gli uomini all’esercizio della ragione, seguendo gli insegnamenti della filosofia; il papa, per illuminare la via che porta alla vita eterna. Negli ultimi paragrafi, Dante affronta i seguenti principi: innanzitutto, si pone il fatto che la figura dell’imperatore, detentore del potere temporale, dipenda direttamente dalla provvidenza divina, che regola i destini sulla Terra; in secondo luogo, si dichiara che il pontefice, in quanto detentore del potere spirituale, non possa avere giurisdizione anche sulla scelta dell’imperatore né esercitare il potere temporale; infine, si conclude che le due autorità sono indipendenti l’una dall’altra, ma complementari, perché entrambe sono emanazione della volontà divina.

L’argomentazione, condotta con stile serrato e rigoroso, non è nuova, in effetti; Dante s’inserisce nel dibattito filosofico e politico sulla natura dei rapporti tra potere spirituale e potere temporale. Gli ambienti filopapali, naturalmente, sostenevano che il successore di San Pietro fosse anche l’unico tramite attraverso il quale Dio conferiva il potere regio (teoria del Sole e della Luna: il Sole, che ha luce propria, era allegoria del potere pontificio, e la Luna, che ha luce riflessa, del potere imperiale). Da posizioni opposte si sosteneva che il potere imperiale derivasse direttamente da Dio (teoria dei due Soli: i due poteri godevano, ciascuno indipendentemente dall’altro, di luce propria).

Il conflitto tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello e il Papato avignonese

Cfr. M. Montanari, Storia medievale, Roma-Bari 2002, 215, 225-226.

La lunga guerra fra il Papato e l’Impero, cominciata al tempo della lotta per le investiture, si concluse di fatto con la prevalenza del primo. Reso inoffensivo il potere imperiale, che aveva perso ormai il suo valore di autorità universale, il Papato poteva tentare nuovamente, come al tempo di Innocenzo III, di far valere il suo potere superiore anche sui re. A questo si accinse Benedetto Caetani, esponente di una famiglia patrizia romana, eletto al soglio di San Pietro con il nome di Bonifacio VIII nel 1294. La sua prima preoccupazione fu quella di affermare il proprio dominio su Roma e sul Lazio contro le altre grandi famiglie aristocratiche, a cominciare da quella dei Colonna, il cui potere feudale fu distrutto, insieme ai suoi castelli, nel 1298. Bonifacio VIII si impegnò poi a imporre la pace nelle varie situazioni di conflitto allora esistenti in Italia (dalle lotte di fazione a Firenze alle guerre fra Genova e Venezia, allo scontro fra Angioini e Aragonesi per il controllo della Sicilia) e in Europa. Per canalizzare le istanze di rinnovamento della Chiesa, rafforzare il proprio potere e anche rispondere al movimento millenaristico, secondo cui nel 1300 avrebbe avuto luogo la fine del mondo, Bonifacio VIII stabilì per quell’anno il primo giubileo, con il quale avrebbe concesso l’indulgenza (promessa di salvezza eterna) a chiunque avesse visitato Roma e i suoi luoghi santi in stato di grazia, cioè confessato e comunicato: con questa abile mossa, il pontefice richiamò nella Città Eterna un numero incalcolabile di pellegrini e sembrò aver condotto il Papato al punto più alto del suo prestigio e della sua potenza.

Arnolfo di Cambio, Statua di papa Bonifacio VIII (1298 ca.). Firenze, Museo dell’Opera del Duomo.

A quella data, tuttavia, già da quattro anni era in corso fra il papa e il re di Francia una dura controversia che sarebbe ben presto degenerata in uno scontro aperto. La contrapposizione tra Filippo IV “il Bello” (1285-1314) e Bonifacio VIII era in parte l’esito di una politica condotta lungo tutto il secolo XIII dai sovrani francesi, i quali, nel processo di rafforzamento e affermazione della monarchia, avevano cercato di limitare l’autonomia della giurisdizione ecclesiastica nel regno. D’altronde, Filippo si trovava a operare in una realtà in rapido mutamento, contrassegnata proprio dal declino dell’autorità imperiale. Pertanto, egli cercò di inserirsi in questo vuoto di potere, contrapponendosi in modo risoluto al pontefice. Nel 1296 Bonifacio VIII emanò la bolla Clericis laicos, che proibiva al clero di pagare imposte di qualsiasi genere senza il permesso del Santo Padre. Di fronte alla reazione del re di Francia, però, il pontefice dovette tornare sui suoi passi e scendere a compromessi: stabilì dunque che il clero gallicano sovvenzionasse il proprio re, soltanto grazie al permesso accordato dal papa.

Paris, Bibliothèque Nationale de France, Ms. fr. 2848 (XVI sec.), Recueil des rois de France di Jean du Tillet, f. 150r. Ritratto di Filippo il Bello.

Il conflitto si fece più aspro nel dicembre 1301, allorché Bonifacio VIII reagì al tentativo di Filippo IV di estendere anche ai vescovi del suo regno i poteri giurisdizionali della Corona. Il pontefice sospese i privilegi accordati al re di Francia e nella bolla Ausculta fili affermò la propria superiorità su tutti i poteri terreni. Ciò avvenne in virtù del potere spirituale che il papa, a differenza degli altri sovrani, affiancava a quello temporale. Partendo da questo presupposto i teologi e i canonisti del Duecento avevano definito l’autorità papale come maggiore delle altre, in particolare di quella imperiale. Filippo in tutta risposta convocò gli Stati generali, l’assemblea dei “tre ordini” del regno, e ottenne l’appoggio non solo della nobiltà e dei ceti cittadini, ma persino dello stesso clero.

Lo scontro proseguì con la promulgazione da parte di Bonifacio VIII di un’altra bolla, la Unam sanctam (18 novembre 1302), la più ampia e solenne rivendicazione mai fatta dell’universalità del Papato, che riscrisse l’intera gerarchia dei poteri. Nonostante l’asprezza che in diversi momenti aveva caratterizzato i rapporti fra papi e imperatori, la cosiddetta “dottrina delle due spade” era stata perlopiù considerata la più adatta a definire le rispettive sfere di competenza del potere spirituale e di quello temporale. Derivando dal principio evangelico «Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo» (Mt. 22, 21), la dottrina sosteneva che i due poteri erano stati creati entrambi da Dio e dovevano restare distinti, che nessuno poteva impugnare entrambe le spade. Bonifacio VIII, invece, sosteneva che le spade fossero sì due, ma che Cristo le avesse affidate entrambe all’apostolo Pietro e ai suoi successori; l’uso di quella temporale era effettivamente riservato ai re, ma questa veniva a essi consegnata dal papa, affinché la utilizzassero al servizio e secondo la volontà del pontefice stesso.

Giotto di Bondone, Bonifacio VIII indice il Giubileo. Frammento di affresco, 1300. Roma, San Giovanni in Laterano.

Già dal 1296 gli aspetti teorici della controversia erano stati sviluppati dagli interventi di libellisti politici che sostenevano l’una e l’altra parte. Fra il 1301 e il 1303 il tono dei sostenitori delle due compagini si era fatto via via sempre più acceso, producendo uno dei più importanti dibattiti del Medioevo. I partigiani di Filippo IV poterono appellarsi alle dottrine derivanti dalle opere tradotte di Aristotele, negando che la Chiesa di Gesù fosse un potere costituito per questo mondo e che, come capo della Chiesa, il pontefice potesse detenere anche il potere temporale. I sostenitori di Bonifacio VIII ebbero il compito ingrato e non facile di rovesciare queste illazioni, che avevano ormai un largo seguito. Essi allora ricordavano che ai tempi di Carlo Magno i papi avevano avuto il potere di trasferire la spada temporale dai Bizantini ai Franchi: questo argomento era sufficiente, a loro avviso, a dimostrare che il pontefice avesse la facoltà di disporre di entrambi i poteri. Spingendo fino alle conseguenze estreme i loro principi, i libellisti papali affermavano inoltre che non potevano esistere poteri regi non creati da quello sacerdotale: fra tali regni non legittimati e una banda di ladroni non ci sarebbe stata alcuna differenza. Gli scrittori filopapali, infine, arrivarono a sostenere che chi non fosse stato liberato dal peccato dalla Chiesa non avrebbe neppure potuto dirsi titolare di una legittima proprietà privata. Si trattava di tesi estremistiche ed eversive che rischiavano di far crollare le fondamenta degli edifici sociali e che avevano scarse possibilità di essere accettate dai giuristi, dai filosofi e dagli stessi teologi.

Andrea Gastaldi, Bonifacio VIII. Olio su tela, 1875. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Non ebbero altrettanto successo altre iniziative politiche di Bonifacio, in particolare quelle promosse contro la Corona francese, che, impegnata in una complessiva riorganizzazione fiscale, aveva sottoposto a tassazione anche il clero, in precedenza esente. La Unam sanctam, dunque, era stata redatta anche per rispondere a quest’azione, vista da Bonifacio come un vero e proprio attentato alla libertà e all’indipendenza della Chiesa.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Ms Chigiano L VIII 296, Nuova Cronica di Giovanni Villani (XIV sec.), f. 175v. L’arresto di Bonifacio VIII.

In ultima analisi, fu la forza a decidere del conflitto. Alla rivendicazione teorica contenuta nella bolla il pontefice non aveva ancora fatto seguire la scomunica del sovrano. Quest’ultimo fu in compenso molto più abile nel giocare la carta della propaganda antipapale: Filippo IV chiese la convocazione di un concilio e fece dichiarare Bonifacio simoniaco ed eretico da un’assemblea di prelati e giuristi. Fu una vera e propria campagna di discredito che, non appena raccolse un seguito sufficiente, culminò nell’organizzazione, appoggiata dai nemici interni di Bonifacio – soprattutto la famiglia Colonna – di una spedizione ad Anagni, in quel periodo sede della Curia; la forza armata inviata avrebbe dovuto prelevare il papa, tradurlo davanti a una corte francese e processarlo per lesa maestà. L’operazione non andò in porto, come sperato: Bonifacio fu salvato solo da un’insurrezione popolare contro i soldati di Filippo, ma non sfuggì alla vendetta di Sciarra Colonna, il capo della famiglia umiliata cinque anni prima, che schiaffeggiò il Santo Padre quasi settantenne (agosto 1303). Bonifacio VIII morì nello stesso ottobre. Dopo il brevissimo pontificato del suo successore, Benedetto XI, Filippo riuscì a fare eleggere papa un suo candidato, Bertrand de Got, vescovo di Bordeaux, che salì al soglio pontificio con il nome di Clemente V (1305-1314) e, nel 1309, decretò il trasferimento della Curia ad Avignone, in Provenza.

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Ms Chigiano L VIII 296, Nuova Cronica di Giovanni Villani (XIV sec.), f. 186v. L’elezione papale di Clemente V.

Quello avignonese è stato giudicato per molto tempo come un periodo di crisi del Papato, una «parentesi» in cui i pontefici furono sottoposti a uno stretto controllo da parte della monarchia francese: ciò ha alimentato l’impressione che il Papato fosse quasi prigioniero dei re di Francia e soggetto a quella che è stata chiamata «cattività avignonese». In realtà, in questo periodo l’organizzazione della Curia, libera dai conflitti tra le grandi famiglie baronali di Roma e del Lazio, fu perfezionata in senso statale: attorno al palazzo di Avignone si intensificò l’attività finanziaria di cambiatori italiani ed europei; l’accentramento iniziato nel Duecento proseguì, con la privazione della maggior parte delle autonomie che ancora rimanevano alle Chiese locali: infatti, la Chiesa avignonese diede vita a un efficiente sistema di riscossione delle decime a favore del papa, trasformandosi in un modello di organizzazione economica. Splendida e costosissima per lusso e per cultura, ma scarsamente dotata di valori spirituali, la corte papale assorbì e dilapidò immense fortune, divenendo simbolo di una Chiesa ormai sempre più lontana dallo spirito della riforma, che l’aveva animata per tutto il XIII secolo, e dalle aspirazioni dell’epoca francescana.

Paris, Bibliothèque nationale de France. Ms. fr. 23279 (inizi XV sec.), f. 81r. Veduta di Avignone.

Ciononostante, i sei successori di Clemente V contribuirono in politica estera a creare un asse «guelfo», che estendeva la propria sfera di influenza su tutta l’Europa, facendo perno sulle corti angioine di Parigi e di Napoli. Solo nel 1378, alla fine del periodo avignonese, si aprì un nuovo conflitto interno, stavolta in seno al collegio cardinalizio, per la prima volta dopo tanti anni spaccato al punto da eleggere due papi diversi. Si apriva una stagione difficile per il Papato, in cui si ampliò la divisione tra i sostenitori di una prevalenza del papa e i “conciliaristi” che auspicavano una gestione del potere più allargata. Stagione che avrebbe avuto tra le sue conseguenze la definitiva fine dell’idea teocratica elaborata dai pontefici tra XII e XIV secolo, ma non delle loro innovazioni economiche, burocratiche, politiche, che avrebbero dato importanti frutti nelle corti europee.

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La situazione socio-economica nelle campagne europee dopo la Peste Nera e le rivolte contadine

Se la peste nera del 1347-50 non fu la causa prima e unica dei cambiamenti economici e sociali, che caratterizzarono la vita delle campagne nel Trecento, sicuramente contribuì ad accelerarli. D’altronde, alle terribili calamità naturali che si abbatterono sull’Europa, le vicende politiche ne aggiunsero altre ugualmente crudeli: le lotte civili in Italia, l’anarchia politica permanente in Germania, la guerra dei Cent’anni che condusse alla rovina la Francia e stremò l’Inghilterra.

I primi effetti tangibili delle crisi e delle epidemie furono l’abbandono delle terre marginali di bassa redditività e la forte diminuzione del numero dei contadini a causa della morte o dell’emigrazione. Nelle regioni più colpite da questi fenomeni, i mutamenti economici si rispecchiarono nelle trasformazioni del paesaggio: soprattutto in Germania e in Inghilterra fu frequente lo spopolamento dei villaggi, che portò a un nuovo avanzamento dell’incolto.

London, British Library. Royal 2 B VII (1310-1320), Salterio della regina Maria, f. 81v. L’allevamento dei maiali.

L’abbandono delle terre marginali andò spesso di pari passo con l’aumento della pastorizia, soprattutto quella ovina finalizzata alla produzione di lana per le attività cittadine, e con la riduzione dei coltivi, in cui, venuta meno la pressante richiesta di cereali, iniziarono ad affermarsi nuove colture specializzate, come il riso, il lino o il gelso. Se l’incremento di queste fu sicuramente un dato positivo, quello dell’allevamento ovino fu talora una causa di degrado e di impoverimento del territorio, come accadde nell’Italia centro-meridionale e nella Penisola iberica.

Oltre alle colture e al paesaggio, nelle campagne in molti casi mutarono l’habitat e le modalità stesse del lavoro agricolo. Diverse furono però le varianti regionali, che portarono a esiti talora opposti: per quanto, nel corso del Duecento, l’affrancamento dei contadini fosse stato un fenomeno generalizzato, ancora sopravvivevano tracce più o meno profonde di servitù. In molte zone d’Europa, infatti, le corvée continuarono a gravare duramente sulla popolazione rurale e la crisi del sistema feudale le rese ancor più onerose. I signori, del resto, non si comportavano più da capi carismatici e da protettori della propria gente, ma come proprietari terrieri e percettori di tributi senza scrupoli. Insomma, nelle aree dove si conservò la servitù divenne sempre più invisa in quanto, considerata ormai come fatto eccezionale e superato, fu vissuta come condizione degradante.

I liberi agricoltori, invece, mordevano il freno sotto la giurisdizione delle corti fondiarie, dalle quali i loro stessi appezzamenti dipendevano. Le grandi fattorie sorte sulle riserve dominicali imposero ai campagnoli la propria supremazia, requisendo gran parte delle terre comuni e costringendo gli abitanti del luogo a mettersi a loro servizio. A questi disagi si aggiunsero, perciò, anche i mali prodotti dalle guerre, soprattutto quella dei Cent’anni che devastò molte regioni della Francia.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. fr. 2643 (XV sec.). Jacques Froissart, Chroniques, f. 207r. La battaglia di Poitiers (19 settembre 1356).

Di particolare interesse, invece, fu quanto accadde nell’Italia centro-settentrionale, dove l’incidenza della mortalità e il conseguente crollo demografico, causati dalle epidemie, indussero a una razionalizzazione della gestione fondiaria e a un aumento degli investimenti produttivi. La vera svolta fu la possibilità di rinnovare i patti agrari – tradizionalmente difficili da modificare per il grande valore accordato alla consuetudine – approfittando del ricambio di terre e di uomini provocato dagli eventi. Per esempio, in Toscana e in Emilia, i proprietari iniziarono ad accorpare i loro beni fondiari, strutturandoli in poderi, aziende compatte dotate di una casa colonica e delle infrastrutture deputate al lavoro. Ciascuno di questi poderi era assegnato a una famiglia contadina con contratti di breve durata (in genere, da uno a cinque anni), che prevedevano una serie di investimenti da parte del proprietario – fornitura di sementi, attrezzi, animali da tiro, ecc. – in cambio della miglioria dei terreni e, soprattutto, della corresponsione di una parte cospicua del raccolto (di solito la metà). I contratti di mezzadria – così fu chiamata la nuova tipologia di rapporto di lavoro – vennero così sostituendo i tradizionali contratti parziari a lunga durata (come i livelli di durata ventinovennale, che prevedevano la consegna del terzo, del quarto o di quote ancora minori del raccolto, a secondo delle zone) e i più recenti contratti a canone fisso, non più rispondenti a un’epoca di crisi, caratterizzata da una grande fluttuazione dei prezzi.

London, British Library. Royal 2 B VII (1310-1320), Salterio della regina Maria, f. 78v. Braccianti impegnati nel raccolto.

Quello della mezzadria è un tema assai dibattuto dagli storici, che, in particolare in tempi recenti, hanno cercato di comprendere se e in quale misura essa abbia significato un miglioramento delle condizioni di vita dei coloni e nell’organizzazione della proprietà fondiaria. L’opinione prevalente è che questo tipo contrattuale costituì complessivamente un passo avanti nell’economia rurale, anche se, in momenti meno favorevoli ai contadini rispetto alla seconda metà del Trecento, essa poté portare a nuove forme di oppressione, che spesso non consentirono ai coloni di andare oltre una mera economia di sussistenza. Più in generale, si sottolinea la necessità di distinguere il dato economico da quello sociale: se i nuovi sistemi di conduzione assicurarono un generale aumento della produzione, ciò avvenne soprattutto per un maggiore sfruttamento del lavoro contadino da parte dei proprietari, sempre più attenti a un’oculata gestione dei propri profitti.

Le varie disgrazie accadute nel corso del XIV secolo contribuirono indiscutibilmente a esacerbare tensioni sociali, creando un netto contrasto con il secolo precedente, ma sarebbe a dir poco errato ritenere che nel Trecento la condizione dei ceti umili fosse peggiorata allo stesso modo in tutte le parti d’Europa. È pur vero, comunque, che il malcontento di cui queste classi sociali diedero tante prove non ebbe ovunque le medesime cause: poteva derivare da un’eccessiva miseria nelle aree colpite dai conflitti, derivante cioè da una gravosa pressione fiscale, dagli eccidi e dalle violenze, dal saccheggio delle truppe sbandate; oppure poteva sorgere a causa di nuove forme d’oppressione da parte della nobiltà fondiaria, a sua volta rovinata dagli effetti delle epidemie; oppure ancora poteva essere prodotto dalla volontà di porre fine a uno stato di cose tanto più detestabile in quanto ci si sentiva ormai in grado di sovvertirlo.

The Hague, Koninklijke Bibliotheek. Ms. 72 A 25 (1410 c.), Jean Froissart, Cronica, vol. I, f. 24r. La battaglia di Cassel.

La lunga durata della sommossa che coinvolse la Fiandra occidentale, dal 1323 al 1328, sarebbe già sufficiente a dimostrare che non poteva essere opera di una miserabile plebaglia. Anzi, fu un vero e proprio tentativo di rivoluzione diretto contro la nobiltà fondiaria, allo scopo di strapparle l’autorità giudiziaria e finanziaria. La dura imposizione fiscale istituita per pagare i pesanti risarcimenti al re di Francia, dopo la battaglia di Courtrai, fece scoppiare una serie di tafferugli che ben presto si trasformò in un’aperta rivolta contro le autorità della regione.

Ad animare gli insorti non era più soltanto la volontà di porre fine agli abusi di potere, ma lo spirito di indipendenza dei nerboruti contadini del luogo s’inasprì al punto da considerare tutti i ricchi e la Chiesa stessa come loro naturali nemici. Per sedare le violenze e le crudeltà di cui si macchiarono quei «bruti privi dei sensi e della ragione», dovette scendere in campo il re di Francia in persona. I ribelli gli andarono spavaldamente incontro e, pieni di fiducia in se stessi, gli diedero battaglia sulle pendici del monte di Cassel (23 agosto 1328): fu uno scontro tanto breve quanto sanguinoso; la cavalleria francese massacrò senza pietà la plebaglia che aveva osato tenerle testa e che si era posta al di fuori della legge.

Henry Scheffer, La battaglia di Cassel, 23 agosto 1328. Olio su tela, 1837.

Altri sollevamenti popolari occorsero in maniera ricorrente nella seconda metà del secolo, in particolare tra il 1350 e il 1385, provocati da cause diverse a seconda della regione: in certi casi si esaurirono nel giro di pochi giorni o settimane, ma in altri assunsero autentici caratteri rivoluzionari, come quello appena esposto.

Il primo importante episodio di eversione politica del secolo fu indirettamente provocato dalla disastrosa sconfitta subita dai Francesi nella battaglia di Poitiers (1356). Per ottenere la somma di denaro necessaria al riscatto di re Giovanni “il Buono”, caduto prigioniero degli Inglesi, il principe Carlo fu costretto a convocare gli Stati Generali, l’assemblea più importante del regno, che riuniva i rappresentanti del clero, della nobiltà e dei ceti popolari. Ma le redini della seduta ben presto gli sfuggirono di mano e la componente mercantile, guidata dal prevosto di Parigi, Étienne Marcel, colse l’occasione per mettere sotto accusa l’intera classe dirigente aristocratica, ritenuta responsabile delle gravi disfatte a Crécy e a Poitiers. Il 3 marzo 1357 Marcel riuscì a strappare a Carlo la concessione della Grande ordonnance, un documento che metteva lo stesso Delfino sotto la tutela degli Stati Generali e consegnava loro il controllo delle finanze pubbliche e dell’esercito, subordinando l’approvazione delle nuove tasse necessarie a raccogliere il riscatto a una radicale riforma della monarchia. Gli Stati Generali, attraverso l’iniziativa delle gilde mercantili, si avviarono così ad assumere un ruolo politico analogo a quello del Parliament inglese, dimostrando però, rispetto a quest’ultimo, un maggiore radicalismo e un più forte sensibilità politica nella ricerca dell’alleanza con i ceti popolari: una disposizione dell’ordonnance era rivolta contro gli abusi degli esattori fiscali e ammetteva l’autodifesa della «povera gente» di fronte alle loro violenze. Nei successivi mesi del 1357 e ai primi del 1358 l’azione di Marcel assunse sempre più un carattere rivoluzionario: la pressione esercitata sul principe si accrebbe e, dopo l’irruzione nel palazzo reale di una folla di artigiani, nel marzo 1358 Carlo decise di lasciare Parigi e, sostenuto dalla grande feudalità, dichiarò illegale l’assemblea dominata dai borghesi.

Già prima di allora la Francia, prostrata dai disastri militari, era stata agitata da sommosse contadine. La prigionia del re e la notizia del probabile giro di vite fiscale non fecero che accrescere la rabbia e il risentimento della popolazione rurale, che guardava con poca differenza fra le razzie degli Inglesi e quelle dell’esercito francese o dei suoi mercenari.

Tutto sfociò, alla fine, nella grande fiammata del maggio-giugno 1358, quando si scatenò una rivolta contadina che interessò un’ampia regione a nord e a sud di Parigi, il cuore del regno, ovvero nell’Île-de-France, e venne a coincidere con la fase più acuta del conflitto fra Carlo e gli Stati Generali. Sulle prime sembrò che fra i disordini di Parigi e i moti delle campagne potesse realizzarsi un collegamento. La sollevazione antifeudale dei coloni fu denominata jacquerie, termine destinato anche in futuro a designare rivolte di questo genere, dal nome Jacques, particolarmente diffuso all’epoca fra i contadini. Questo nome fu ripreso dai loro avversari in senso dispregiativo, per sottolinearne la presunta rozzezza e la limitatezza culturale. La jacquerie, volta a dare una voce, una rappresentanza alle istanze dei coloni e a contrastare la crescente oppressione nelle campagne, fu di brevissima durata: l’esercito numeroso ma improvvisato dei ribelli fu sbaragliato dalle forze della nobiltà, che si abbandonarono poi a una sanguinosa vendetta, massacrando migliaia di contadini. Subito dopo la grande feudalità pose l’assedio a Parigi: l’uccisione di Marcel per mano di alcuni partigiani di Carlo preparò la fine dell’opposizione della borghesia mercantile alla Corona e il 2 agosto Parigi riaprì le porte al principe.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. fr. 2643 (XV sec.). Jacques Froissart, Chroniques, f. 226v. Il massacro dei Jacques a Meaux.

Spesso gli storici e i sociologi moderni che si occuparono delle rivolte sociali tardomedievali commisero l’errore di generalizzarne le caratteristiche, basandosi unicamente sui tre o quattro fenomeni più studiati. Nelle loro dissertazioni conclusero che i capi delle sommosse contadine e urbane non erano di umili origini e che spesso erano chierici, che persino le donne parteciparono ampiamente alle insurrezioni, che l’ideologia dei ribelli si fondava su principi religiosi, ma che nutrivano sacro timore e reverenza per alcune autorità (il re, il papa, l’imperatore e altri signori ereditari), distinguendo fra il “buon sovrano” e i suoi cattivi consiglieri. Oltre al fatto che generalizzare può sempre essere fuorviante, gli storici attribuirono maggiore importanza alle rivolte contadine più che a quelle urbane, creando inevitabilmente un modello interpretativo fondato sulle prime. Eppure, le fonti disponibili dell’epoca raccontano un’altra storia, e cioè che solo sessanta sollevazioni popolari possono essere considerate propriamente “contadine” e che, per di più, appena dieci di esse videro i rustici in lotta contro i propri signori. Si aggiunga che i resoconti di quei fatti mostrano che assai raramente i capi rivolta fossero di estrazione borghese, ecclesiastica o aristocratica, malgrado le stesse cronache fossero perlopiù redatte da esponenti delle élites che detestavano i ribelli. Straordinariamente rare, poi, erano le rivolte per la carenza di grano o cibo. Infine, le cronache riportano che le donne non furono tra i leader degli incidenti e che raramente esercitarono un ruolo di primo piano nelle sommosse: tutt’al più, sono descritte come persone in lutto, partecipanti ai movimenti religiosi, o come semplici sostenitrici e partecipanti ad azioni armate in difesa della propria comunità.

Tra l’autunno del 1377 e la primavera successiva, l’Inghilterra sud-occidentale e sud-orientale fu scossa da un movimento di protesta: i fittavoli, impiegati durante il raccolto, si rifiutarono di lavorare per i loro signori «a causa di una “great rumor” (prout magnum rumorem) che si stava diffondendo tra gli altri braccianti». Bisogna ricordare che, dopo la peste del 1347-50, nonostante le condizioni di vita nelle campagne inglesi avessero conosciuto un netto miglioramento, la maggior parte del territorio era costellata di manors, proprietà fondiarie ecclesiastiche o nobiliari, presso le quali si concentrava gran parte della produzione agricola e si conservavano vestigia più o meno consistenti del servaggio (serfdom), con i suoi canoni e le corvée. Questa sorta di “sciopero” dei braccianti appare come un tentativo di far crollare, a vantaggio dei più umili, ciò che ancora resisteva del vecchio sistema delle manorial courts, cercando di ottenere maggiori libertà personali e l’abolizione totale delle corvée.

Mappa congetturale di un manor inglese medievale, dall’Historical Atlas di W.R. Shepherd (New York, 1923) [link].

Alcuni esponenti dell’élite fondiaria, temendo che la sollevazione assumesse le dimensioni della “recente” jacquerie francese, presentarono una petizione al parlamento tenutosi nell’ottobre dello stesso anno. Agli occhi dei signori feudali, evidentemente, il Great Rumor non parve affatto simile alle normali proteste che, in passato, si erano verificate nei singoli manors. Questa volta, infatti, gli insorti si erano organizzati, stringendo patti giurati. Molti di loro avevano ottenuto delle copie ufficiali (exemplifications) dell’antico Domesday Book, impugnando le quali contro i landlords facevano valere la propria causa: quei documenti erano la prova che i terreni dati loro in affitto, un tempo, erano stati parte dell’antico demesne della Corona e che, pertanto, essi avevano il diritto di rimettersi alla protezione dei tribunali regi. I contadini che entrarono in possesso di quelle exemplifications considerarono quegli atti come prova della loro esclusione dallo status di villein.

Il Parlamento e il Consiglio della Corona, accolta la petizione dei landlords e sconfessato quella strumentalizzazione del Domesday Book, dichiararono i disobbedienti fuorilegge e istruirono delle commissioni dotate di poteri speciali, incaricate di indagare sul fenomeno di protesta e perseguire quanti avessero continuato a recedere dagli obblighi di servaggio, mandandoli a processo senza possibilità d’appello.

Dai rapporti di tre di queste commissioni emergono preziose informazioni sull’entità e sulla durata del movimento Great Rumor, e si apprende che le sommosse coinvolsero almeno una quarantina di villaggi sparsi fra il Wiltshire, l’Hampshire, il Surrey, il Sussex e il Devon.

Glasgow, University Library. MS. Hunter 59 T.2.17 (c. 1400), John Gower, Vox Clamantis – Chronica Tripetita, f. 6v. Il poeta, armato con arco e frecce, si prepara a scoccare contro il mondo.

Tra le fonti conservatesi, molto interessante è la petizione indirizzata al Parlamento e al re da John de Usk, abate di Chertsey. Questi lamentava che i villeins, i servi e gli altri tenutari dei manors di Chobham, Thorpe, Frimley ed Egham, alle sue dipendenze, avevano incrociato le braccia e si erano rifiutati di corrispondere, come ogni anno dalla fondazione del monastero, le rendite, il servaggio, le decime abituali e altre obbligazioni feudali. L’abate affermava che l’abbazia aveva ottenuto quei possedimenti dagli antenati del re nel 1086 e che percepiva canoni e prestazioni d’opera dai servi, secondo quanto stabilito, nel 722, dai suoi fondatori, Frithewold, vescovo di Whiterne, e San Erkenwold.

L’estensore fornisce un resoconto dei fatti: i ribelli, abbandonato il lavoro nei campi, avevano trattenuto le quote delle rendite e dei canoni, che abitualmente avrebbero corrisposto al monastero; quindi, dopo aver formato, sotto giuramento, «malicious council, alliance and conspiracy», molti di loro avevano ottenuto una lettera patente con una copia del Domesday Book, in virtù della quale sostenevano di essere liberi e con sfrontatezza minacciavano di distruggere l’abbazia. Così, correndo ai ripari, John de Usk incaricò alcuni messi monastici di costringere i tenutari a riprendere le abituali occupazioni sia in estate sia in inverno, ma quelli furono accolti con le armi: i ribelli minacciarono di raggiungere Chertsey, mettere a ferro e fuoco l’abbazia e eliminare tutti i monaci. Nonostante l’abate avesse ottenuto un mandato reale, con il quale incaricava lo sceriffo del Surrey di catturare e mandare a morte i responsabili dell’insurrezione, i rustici ribelli erano riusciti a sopraffare i suoi armati e, stavolta, avevano minacciato di sterminare migliaia di uomini, se non avessero ottenuto ciò che volevano.

Il Great Rumor, malgrado episodi simili, ebbe davvero un breve corso: dopo aver raggiunto rapidamente il culmine, si spense con altrettanta velocità, e i signori feudali riuscirono a ristabilire l’ordine nelle campagne. Comunque, rimane il fatto che, per la prima volta nella storia sociale inglese, un moto contadino antifeudale avesse superato i confini dei singoli manors e delle singole contee, per coinvolgere un ampio numero di comunità in lotta contro i signori.

Miglior esito, almeno in parte, sembra aver avuto la cosiddetta Peasants’ Revolt, che colpì l’Inghilterra nel 1381. Questa volta si trattò di una grande sollevazione che, al pari di quella fiamminga, coinvolse tanto la popolazione contadina quanto quella urbana, ma, rispetto ad altre avvenute sul continente, si legò indissolubilmente a una situazione di instabilità interna.

Difatti, a prepararne l’avvento contribuirono diversi fattori: la malattia di re Edoardo III nei suoi ultimi quattordici mesi di vita; la spregiudicata condotta del figlio, Giovanni di Gaunt, che si era alienato l’intera cittadinanza di Londra; la minore età del successore, il nipote Riccardo II, salito al trono a soli dieci anni; la corruzione dilagante fra i funzionari del regno; e la debolezza della Corona a far fronte a questi e ad altri problemi.

Le turbolenze che sfociarono nella Great Rising si riverberarono poi in molte delle città, tra le quali Londra, St. Albans, Bury St. Edmunds, Cambridge, Norwich, Beverley, Scarborough, York, Shrewsbury, Yarmouth, Winchester, Bridgwater, Lynn e molte altre. Ogni località e centro urbano aveva il suo particolare antagonismo interno, con faziosità e divisioni: eppure, non tutte le tensioni furono innescate dal movimento contadino che partì dal Kent e dall’Essex fra maggio e giugno del 1381. Molte sommosse erano già capitate negli anni appena precedenti e ancora nel 1377, che, secondo gli storici della Peasants’ Revolt, fu sicuramente l’anno più critico.

Ma, a parte il già accennato movimento del Great Rumor, quell’anno fu parimenti cruciale per gli eventi accaduti nelle città e soprattutto a Londra. Le sommosse urbane non furono solo dei meri attacchi contro l’ingerenza regia nella giurisdizione cittadina, a scapito delle antiche libertà, ma si dovettero in particolare alle angherie di quanti dicevano di agire in nome e per conto del vecchio re Edoardo.

 A Londra il momento di massima tensione fu raggiunto durante il processo che il vescovo William Courtenay intentò a John Wycliffe (1330-1384), il riformatore religioso protetto da Giovanni di Gaunt, duca di Lancaster. Wycliffe, docente di teologia e direttore al Canterbury College, aveva maturato idee religiose rivoluzionarie, sostenendo in cinquanta tesi (discusse nel De civili dominio) la necessità di un ritorno all’egualitarismo evangelico e polemizzando contro la Chiesa come “corpo separato”; egli criticava la corruzione e la ricchezza del clero, predicando, in termini nuovi e più radicali, la contrapposizione dell’ideale dell’uguaglianza all’immagine gerarchica del mondo tipica dell’epoca. Ora, Courtenay, forte dell’appoggio papale, aveva accusato Wycliffe di eresia, mentre Gaunt ne aveva assunto la difesa, sperando in questo modo di contrastare il potere temporale della Chiesa inglese. Nel corso del dibattimento, frustrato per non essere riuscito ad assumere il pieno controllo dell’udienza, il duca di Lancaster si diede a insultare il vescovo, minacciando di dargli una sonora lezione, dopo averlo trascinato fuori dalla cattedrale per i capelli. Ben presto la notizia di un tale affronto si sparse per tutta la città e i Londinesi non tardarono a montare su tutte le furie, sollevando un gran tumulto e giurando che avrebbero volentieri sacrificato la propria vita piuttosto che vedere il loro vescovo orrendamente umiliato. Si scatenò così una sommossa, durante la quale una folla inferocita assaltò la residenza del duca, il Savoy Palace: Gaunt fece appena in tempo a fuggire dalla città per non cadere nelle mani degli insorti.

London, British Library. Add. Ms. 42130 (1320-1340), Salterio di Luttrell, f. 147v. Banda di arcieri.

Secondo gli storici, il fattore che senza dubbio portò alla Peasants’ Revolt del 1381 fu la conduzione della guerra contro il regno di Francia: le prime campagne militari della fase edoardiana (1337-1360) non avevano ottenuto risultati decisivi e, in seguito, l’organizzazione di nuove spedizioni sul continente, l’arruolamento degli eserciti e il mantenimento di guarnigioni permanenti avevano ulteriormente gravato sulle finanze reali. Per far fronte alle spese di guerra, ancora nel 1377, il Consiglio della Corona, guidato de facto dallo spregiudicato Giovanni di Gaunt, inasprì l’imposizione fiscale, introducendo il famigerato testatico (poll-tax), che colpiva ogni suddito purché maggiore di quattordici anni, con un’aliquota di 4 pence.

La riscossione della tassa, almeno nelle sue prime due applicazioni, non generò gravi sollevazioni tra i rustici; ciononostante, data la sua impopolarità, si verificarono numerosi casi di evasione. Quando Gaunt e gli altri ministri del regno alla fine del 1380 chiesero al Parlamento di approvare l’aumento del testatico a 12 pence, per fronteggiare ulteriori spese militari, il numero degli evasori divenne esponenziale. Le autorità decisero, perciò, di utilizzare il pugno di ferro: crearono dei funzionari speciali incaricati di condurre le indagini contro i disobbedienti, arrestarli e punirli. Il giro di vite fiscale che ne seguì, tra abusi d’ufficio, episodi di violenza e ingerenze d’ogni genere, aumentò a dismisura le tensioni sociali. La scintilla che innescò la rivolta generale, in particolare, fu un incidente occorso il 30 maggio 1381 in Essex, quando un funzionario regio tentò di riscuotere oltre alle tasse evase anche una sovrattassa.

Come la notizia di quell’evento si diffuse, ben presto si unirono alla sollevazione anche le contee del Kent, del Suffolk e del Norfolk. La Cronaca dell’Anonimalle riferisce che il 7 giugno gli insorti del Kent avevano eletto a loro leader Wat Tyler. Non si hanno molte notizie sul conto di quest’ultimo, ma è probabile che fosse originario dell’Essex, che avesse servito nelle armate in Francia e che fosse un uomo particolarmente carismatico. Tyler diresse i suoi uomini su Canterbury e, raggiunta la città, ne occupò il castello senza colpo ferire, depose l’arcivescovo Simon di Sudbury e costrinse i monaci della cattedrale a giurare fedeltà alla loro causa. Quindi, i ribelli saccheggiarono le proprietà dei funzionari regi e setacciarono l’abitato in cerca di potenziali nemici, trascinando i sospettati fuori dalle case e giustiziandoli sul posto. Le carceri locali furono spalancate e i prigionieri liberati. Tyler, poi, convinse gli insorti a lasciare la città e a marciare su Londra per incontrare il re e discutere con lui.

London, British Library. Royal MS 18 E I (ante 1483). Jehan Froissart, Chroniques, f. 165v. John Ball tiene il suo sermone a Blackheath davanti agli insorti.

Nel frattempo, re Riccardo, per la propria sicurezza e quella della sua corte, si era asserragliato nella Torre di Londra. Aveva spedito una delegazione, guidata dal vescovo di Rochester, per convincere i ribelli a ritirarsi. Questi, intanto, avevano raggiunto il sobborgo di Blackheath, dove uno dei loro capi, John Ball, tenne un famoso sermone davanti alla folla riunita del Kent. Ball era un presbitero, noto per nutrire simpatie per le dottrine dei Lollardi, una setta ereticale che rifiutava i sacramenti, e caldeggiava per diffondere una traduzione in inglese della Bibbia. Nel suo discorso, a un certo punto, domandò retoricamente: «Quando Adamo zappava ed Eva filava, dov’era il gentiluomo?». Egli inoltre si fece promotore dello slogan della protesta: «Con re Riccardo e con il vero popolo d’Inghilterra». Questi concetti giustificavano la posizione dei ribelli contro il servaggio e contro le gerarchie ecclesiastiche e laiche che tenevano i sudditi lontani dal loro re: in altre parole, i ribelli intendevano ribadire la propria fedeltà alla Corona e di essere «più fedeli» al sovrano dei suoi stessi consiglieri.

Falliti i negoziati di Blackheath, Riccardo e i suoi consiglieri esaminarono le varie opzioni su come affrontare la rivolta. Dal momento che il re non aveva a portata di mano forze armate consistenti, alla fine, decise che avrebbe incontrato personalmente i ribelli a Greenwich, sulla sponda meridionale del Tamigi. Siccome, però, il monarca si era rifiutato di scendere a terra, anche quell’abboccamento saltò.

Il 13 giugno gli insorti, grazie al sostegno alla loro causa accordato dagli artigiani e dalle corporazioni cittadine, penetrarono nella capitale, mettendo a ferro e fuoco e saccheggiando palazzi e abitazioni dei funzionari regi, spalancando e distruggendo le carceri e massacrando tutti coloro che erano sospetti collusi con la Corona. Nel frattempo, avevano fatto pervenire al re un lungo elenco di personalità che egli avrebbe dovuto consegnare perché fossero assicurate alla giustizia. Nel frattempo i disordini dilagavano anche nelle contee e nelle città dell’Inghilterra settentrionale e occidentale

Il giorno dopo Riccardo II decise di incontrarsi con i capi degli insorti a Mile End, per esaudire le loro richieste, concedendo l’amnistia per quanti avessero partecipato ai tumulti e soprattutto abolendo il servaggio. Ma mentre il re era impegnato in questo modo, altre bande di ribelli sgominarono la guarnigione della Torre di Londra, penetrarono nella fortezza e catturarono l’Arcivescovo Sudbury, il tesoriere Robert Hales, il medico personale di Gaunt, e altri odiati funzionari reali: dopo averli trascinati fuori dalla fortezza, li portarono a Tower Hill e li decapitarono. Gli altri membri della corte furono rilasciati, mentre la Torre fu saccheggiata.

London, British Library. Royal MS 18 E I (ante 1483). Jehan Froissart, Chroniques, f. 172v. L’eccidio dell’Arcivescovo di Canterbury e degli altri ministri regi..

All’indomani di quei fatti, Riccardo e il suo seguito, completo di duecento armigeri, e gli insorti di Wat Tyler, rimasti ancora a Londra, si diedero appuntamento a Smithfield, fuori dalla città. I resoconti dei cronisti sull’incontro variano sensibilmente quanto a dettagli, ma concordano ampiamente sulla sequenza dei fatti. Si tramanda che il re e il leader ribelle ebbero un colloquio separato e che Tyler avesse parlato con il monarca con eccessiva familiarità. Ma quando Riccardo chiese alla controparte il motivo per cui, nonostante le laute concessioni del giorno prima, la rivolta non fosse ancora cessata, la tensione iniziò a crescere. Secondo i cronisti, il rozzo Wat Tyler compì un gesto riprovevole e sprezzante davanti al sovrano, tracannando un boccale d’acqua per placare la sete. Si trattò di un pretesto perché scoppiasse una discussione fra lui e alcuni paggi reali: nella zuffa Tyler tentò di attaccare uno dei gli uomini di Riccardo, ma intervenne il sindaco di Londra, William Walworth, che colpì il ribelle tra il collo e la testa con la spada, mentre un altro dei servi regi lo pugnalava alle spalle, ferendolo gravemente. Tyler cercò di fuggire a cavallo, ma cadde a breve distanza. Nel trambusto che ne seguì, alcuni dei suoi seguaci lo recuperarono e lo trasportarono al vicino ospedale di S. Bartolomeo. Lord Walworth e i suoi uomini, tuttavia, lo trovarono, lo catturarono e, riportato a Smithfield, fu decapitato pubblicamente. La testa di Tyler issata su una picca fu portata in giro per le strade di Londra per poi essere esposta sul Ponte.

London, British Library. Royal MS 18 E I (ante 1483). Jehan Froissart, Chroniques, f. 175v. L’uccisione di Wat Tyler.

Privi ormai del loro capo, i ribelli si dispersero. Riccardo II ordinò la caccia agli altri leader dell’insurrezione e revocò tutte le concessioni fatte; durissima fu la repressione contro i villaggi che avevano partecipato alla rivolta.

Come ha affermato Henri Pirenne, in fondo, i moti rurali del XIV secolo dovettero la loro apparente gravità soltanto alla brutalità dei contadini. In sé e per sé, non avevano alcuna possibilità di riuscita, poiché i ceti agricoli erano ancora incapaci di coalizzarsi in un’azione comune e ancor più incapaci di progettare un mondo nuovo.

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Bonagiunta Orbicciani da Lucca

di A. TARTARO, Guittone e i rimatori siculo-toscani, in E. CECCHI – N. SAPEGNO (eds.), Storia della Letteratura Italiana, I, Torino 1970, pp. 381-389.

 

Bonagiunta Orbicciani da Lucca fu notaio, come si deduce dal titolo di «ser» che il codice Vaticano 3793, concordemente con il Vaticano 3214, gli attribuisce. Si hanno sue notizie attraverso alcune testimonianze documentarie, che ci portano agli anni fra il 1242 e il 1257; morì certamente prima del nuovo secolo, se Dante ha potuto immaginare di incontrarlo in Purgatorio, fra i golosi (Pg. XXIV).

È la sua, in Toscana, l’esperienza lirica più notevole prima di Guittone. Discepolo dei Siciliani, Bonagiunta dimostra di aver appreso in particolare la lezione del Notaio, dal quale deriva certa inventiva tecnico-stilistica; in lui le antiche consuetudini espressive – metriche e retoriche – si compongono in un dettato vario, che conosce il preziosismo della poesia cortese più raffinata e le forme, più distese, della maniera popolareggiante.

Il suo «canzoniere» riunisce undici canzoni, due discordi, cinque ballate e diciotto sonetti, più due: in tenzone, questi ultimi, con un «dominus Gonnella iudex» – della famiglia degli Antelminelli – il primo, con un Bonodico notaio il secondo.

In un sonetto al Guinizzelli (sonetto I) il Lucchese sembra affermare l’ideale di un trobar leu, in cui – al di là dell’identificazione incerta dell’«alta spera» (v. 7), che adombra un caposcuola contrapposto al primo Guido – si è portati a riconoscere la sigla originale della sua poesia:

 

          Voi ch’avete mutata la mainera[1]

de li plagenti[2] ditti de l’amore

de la forma dell’esser là dov’era,

4   per avansare ogn’altro trovatore,

 

avete fatto como la lumera,

ch’a le scure partite[3] dà sprendore,

ma non quine[4] ove luce l’alta spera,

8   la quale avansa e passa di chiarore.

 

Così passate voi di sottigliansa,

e non si può trovar chi ben ispogna[5],

11 cotant’è iscura vostra parlatura.

 

Ed è tenuta gran dissimigliansa[6],

ancor che ’l senno vegna da Bologna,

14 traier canson per forsa di scritura[7].

 

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana. Ms. Laurenziano Rediano 9, Canzoniere L., f. 131r. Sonetto di Bonagiunta da Lucca a Guinizzelli, e sua risposta.

La polemica, episodica, non va sopravvalutata: Bonagiunta, del resto, per quanto alieno sempre dall’intellettualismo che qui rimprovera al Guinizzelli, non è affatto esente dal nuovo gusto inaugurato dal Bolognese. Ma certo, all’origine la sua poesia è saldamente legata alla tradizione siciliana. Ritornano nelle sue rime motivi divenuti familiari, come la fiduciosa tenacia dell’amante (canzone IV), la rapita contemplazione delle virtù di madonna:

 

          Per lo piacer m’ha vinto,

per lo parlar distretto,

per l’operare conquiso,

per la beltà m’ha cinto,

che ’l core de lo petto

pare che mi sia diviso,

com’albore succiso[8] – con catene[9];

 

lo sgomento («… m’ha conquiso – fatto pauroso / l’amore…», canzone VI, 54-55), il ritorno della speranza (canzone IX), e poi, di nuovo, la disperazione e la rassegnazione:

 

     Adunqua mi conven stare

a la sua dolze speranza

e non essere argoglioso,

ma tutor merzé chiamare:

forse ne verà[10] pietanza[11]

quella, c’ha ’l viso amoroso[12].

 

Sono i temi che si dispongono nella struttura agile della canzonetta Dolze e fina, aperta da una stilizzata scena primaverile, di gusto provenzaleggiante:

 

          Quando apare l’aulente fiore,

lo tempo dolze e serino[13],

gli auscelletti infra gli arbore

ciascuna canta in suo latino:

per lo dolze canto e fino

si confortan gli amadore,

quegli ch’aman lealmente[14];

 

o dei ritmi orecchiabili dei due discordi.

A volte, e sono i momenti artisticamente più impegnativi, gli stessi motivi si adattano a forme metriche più ricercate, alle stanze capfinidas o unissonans, o al gioco delle risonanze interne, provocate dalla rimalmezzo.

Leggiamo la canzone Avegna che partensa (I): il poeta intona un canto d’amore (un «dolse cantare e dire», v. 5), la cui dolcezza disperderà negli accenti della poesia la voce della pena; egli si consuma per la perdita del suo bene, come una candela al fuoco; è fuori di sé, il suo cuore non avrà più conforto: si lamenta dei «malparlieri» che l’hanno ucciso; vorrebbe essere fisicamente morto o non essere mai nato o non provare ciò che prova. Ma, per quanto stravolto dal dolore, non intende mutare i propri sentimenti.

La canzone è costruita su comparazioni, secondo uno schema lentiniano; il suo centro lirico è nel contrasto (non ignoto alla tradizione) fra la disperazione dell’amante e il conforto che sopraggiunge con lo sfogo nel canto. Ciò che colpisce, nell’elaborazione di Bonagiunta, è l’estrema abilità dell’artista: la sua capacità di fondere immagini e concetti. I sentimenti si definiscono, così, in un movimento di successivi richiami, nel trapasso dell’immagine pittorica alle forme del linguaggio metaforico:

 

          La gioi’, ch’eo perdo e lasso[15],

mi strugge, mi consuma,

15 comò candela ch’ai foco s’accende.

E sono stanco e lasso;

meo foco non alluma,

ma quanto più ci afanno men s’apprende.

E non risprende — alcuna mia vertude:

20 avanti si conchiude[16],

siccome l’aire quando va tardando;

e come l’aigua viva

ch’alor è morta e priva

quando si va del corso disviando[17].

 

La struttura metrica del componimento – composto di stanze capfinidas – corrisponde, nel testo, a questi stretti collegamenti nei quali la ricerca espressiva sembra tradurre una più intima tensione psicologica. Ed è il senso di un’esperienza esclusiva e opprimente che, nella storia della nostra poesia lirica più antica, va dilatando sempre più il proprio significato, da quello erotico originario a quello più comprensivo, emblematico – come accade negli Stilnovisti – di una realtà sentimentale fermata nell’attimo di un’intensa e immotivata aspirazione.

Il Bonagiunta migliore è forse qui, nei momenti rari di un intravisto stilnovismo; che, beninteso, non andrà ricercato nei frammenti, occasionali e scialbi, che alludono variamente al «cor gentile» e alla sua tematica, quanto nell’impegno letterario di una personalità protesa a esperienze d’arte sempre meno evasive. L’esistenza di una nota originariamente bonagiuntiana, esile quanto si voglia, all’interno del convenzionalismo duecentesco, può facilmente riconoscersi all’esame di un sonetto che richiama da vicino uno simile del Notaio, secondo una sicura segnalazione di G. Contini. E pensiamo al sonetto che vi riproduciamo per intero:

 

     A me adovene[18] com’a lo zitello[19],

quando lo foco davanti li pare,

che tanto li risembla chiaro e bello

4   che stendive la mano per pigliare;

 

e lo foco lo ’ncende e fallo fello[20],

che no[n] è gioco lo foco toc[c]are;

poi ch’è pas[s]ata l’ira, alora e quello

8   disia inver’lo foco ritornare.

 

Ma eo, che trag[g]o l’aigua de lo foco

(e no è null’omo, che ’l potesse fare),

11 per lacrime, ch’eo getto, tutto coco[21],

 

chiare e salse, quant’aqua di mare:

candela, che s’aprende senza foco,

14 arde e[d] incende e non si pò amortare[22].

 

Leggiamo ora il sonetto di Giacomo da Lentini:

 

           [C]hi non avesse mai veduto foco

no crederia che cocere[23] potesse,

anti[24] li sembraria solazzo e gioco

4   lo so isprendor[e], quando lo vedesse.

 

Ma s’ello lo tocasse in alcun loco,

be·lli se[m]brara[25] che forte cocesse:

quello d’Amore m’à tocato un poco,

8   molto me coce – Deo, che s’aprendesse!

 

Che s’aprendesse in voi, [ma]donna mia,

che mi mostrate dar solazzo amando,

11 e voi mi date pur pen’e tormento.

 

Certo l’Amor[e] fa gran vilania,

che no distringe te che vai gabando[26],

14 a me che servo[27] non dà isbaldimento[28].

 

Non può sfuggire la differenza: l’immagine del fuoco, nel Notaio, è soltanto un’elegante variazione pittorica sul tema della potenza di Amore, del suo fascino e della sua parzialità; nel sonetto di Bonagiunta l’attenzione si concentra, più in profondità, nella descrizione di una soggezione psicologica – fissata nell’immagine-simbolo – che non si esaurisce nelle forme della galanteria cortese; la soluzione sentenziosa (vv. 13-14) ha la stessa incisività, legata al movimento rapido del periodo, di certe espressioni guinizzelliane e cavalcantiane; e citiamo a caso: «Amor m’ha dato, a madonna servire: / o vogl’i’ o non voglia, così este»; «… questo è tormento disperato e fero, / che strugg’ e dolce e ’ncende ed amareggia»; e potremmo continuare.

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale. Ms. Banco Rari 217 [ex Palatino 418] (fine XIII sec.), f. 30r. Bonagiunta da Lucca.
Verso l’immagine, definita dalla comparazione, o la metafora – costruita spesso sulla luce e i suoi derivati – gravita il discorso del nostro rimatore. I termini del suo linguaggio figurato sono sempre quelli tradizionali; la materia affettiva, cristallizzata, si esprime attraverso sensazioni visive, come nel sonetto VIII (di diretta derivazione lentiniana):

 

      [De] dentro da la nieve esce lo foco,

adimorando ne la sua gialura[29],

e vincela lo sole a poco a poco:

divien cristallo l’aigua, tant’è dura[30];

 

o nella ballata Tal è la fiamma e ’l foco (IV), in persona di una donna innamorata:

 

          Ismarrire mi fate la mente e lo core,

sì che tutta per voi mi distruggo e disfaccio,

così come si sface la rosa e lo fiore…[31]

 

È il sintomo, infine, di una disponibilità tematica – oltre che tecnica – la presenza nel «canzoniere» di Bonagiunta di rime sentenziose. Nessuna originalità negli argomenti trattati dal Lucchese: la natura dell’onore e del piacere (canz. III, ball. V), la saggezza e i suoi attributi (canz. VII), l’umiltà e la discrezione (ball. I), la resistenza dell’uomo di valore alle avversità (son. II), l’instabilità della fortuna (son. IV), l’obbligo di mandare a effetto un’azione ben intrapresa (son. V), l’accortezza dei potenti (son. IX), la prudenza e il riserbo (son. XV).

L’ammonizione segue, prevalentemente, i modi discorsivi della più comune produzione moralistica di tipo provenzale:

 

     Molto si fa brasmare[32]

chi loda lo su’ affare

e poi torn’ al neiente;

 

e molto più disvia

e cade in gran falensa[33]

chi usa pur follia

e non ha caunoscenza…[34]

 

Solo di rado c’imbattiamo nelle forme, care a Guittone, di uno svolgimento logico, analitico:

 

     Donqua dirà l’on: “Come

amburo[35] han più d’un nome,

da poi che ’nsieme

son d’una speme

e d’un volere e d’uno intendimento?”.

Però che son du’ cose

in un voler conchiose[36]:

da piacer vène

in prima ’l bene,

und’onor cresce, ch’è suo compimento[37].

 

I momenti migliori, ancora una volta, sono quelli nei quali il Lucchese ricorre al linguaggio figurato, che gli è congeniale:

 

          Strugga Dio li noiosi,

li falsi incaunoscenti[38]

che viven odïosi

di que’[39] che son piacenti:

dinanzi so’ amorosi,

dirieto son pungenti

com’aspido serpente[40];

 

e ancora, nel sonetto IV:

 

     E nullo prato ha sì fresca verdura,

che gli suoi fiori non cangino istato;

e questo saccio ch’avien per natura:

più grave cade chi più è montato[41];

 

o nel sonetto IX:

 

     Lo saggio aprende pur senno dal matto;

om, c’ha più possa, più dé ubidire;

catel[42] battuto fa[43] leon temente[44].

 

***

 

Note:

 

[1] mainera: stile.

[2] plagenti: piacenti, dolci.

[3] scure partite: luoghi oscuri.

[4] quine: qui.

[5] ispogna: esponga, spieghi.

[6] dissimigliansa: stranezza.

[7] Cfr. G. Contini, Poeti del Duecento, Milano-Napoli 1960, t. II, p. 481.

[8] albore succiso: albero divelto.

[9] Cfr. G. Zaccagnini – A. Parducci (eds.), Rimatori siculo-toscani del Dugento, serie I, Bari 1915, p. 57 (V).

[10] verà: avrà.

[11] pietanza: pietà.

[12] Cfr. Rimatori siculo-toscani… cit., s. I, p. 64 (X).

[13] serino: sereno.

[14] Cfr. ibid., p. 63.

[15] lasso: lascio.

[16] avanti si conchiude: anzi si oscura.

[17] Cfr. Poeti del Duecento… cit., I, pp. 260-261.

[18] adovene: succede.

[19] zitello: ragazzetto.

[20] fallo fello: lo fa arrabbiare.

[21] coco: brucio.

[22] Cfr. ibid., I, p. 270.

[23] cocere: scottare.

[24] anti: anzi.

[25] se[m]brara: sembrerebbe.

[26] gabando: prendendoti gioco (di me).

[27] servo: sono servitore d’Amore.

[28] isbaldimento: gioia, letizia. Cfr. ibid., I, p. 79.

[29] gialura: gelo.

[30] Cfr. ibid., I, p. 272.

[31] Cfr. Rimatori siculo-toscani… cit., s. I, p. 76.

[32] brasmare: biasimare.

[33] falensa: errore, torto.

[34] Cfr. Poeti del Duecento… cit., I, p. 267 (I).

[35] amburo: entrambi (l’onore e il piacere).

[36] conchiose: unite.

[37] Cfr. Rimatori siculo-toscani… cit., s. I, pp. 52-53 (III).

[38] incaunoscenti: scortesi.

[39] odïosi / di que’: odiando quelli.

[40] Cfr. Poeti del Duecento… cit., I, p. 268 (I).

[41] Cfr. Rimatori siculo-toscani… cit., s. I, p. 81.

[42] catel: cucciolo.

[43] fa: si trasforma in.

[44] Cfr. Poeti del Duecento… cit., I, p. 274.

I rimatori siculo-toscani

di A. TARTARO, Guittone e i rimatori siculo-toscani, in E. CECCHI – N. SAPEGNO (eds.), Storia della Letteratura Italiana, I, Torino 1970, pp. 379-381.

 

Sempre meno persuasiva appare oggi, alla luce di una più scaltrita esegesi filologica e critica, l’etichetta di marca romantico-positivistica che raccoglieva in un’insignificante «Scuola di transizione» i rimatori toscani fioriti nella seconda metà del Duecento, accomunati da un preteso magistero guittoniano.

Si è sfaldata, intanto, la compattezza del presunto movimento, non più riducibile ai nomi di Bonagiunta, di Chiaro e di Monte e dei minori sectatores ignorantiae, che, seguendo le indicazioni fornite da Dante nel De vulgari eloquentiae, potevano costituire – sulla base, puramente negativa, di una comune esperienza «municipale», estranea cioè alle norme del «volgare illustre» sancite dall’Alighieri – un ponte fra la maniera siciliana e i modi raffinati dello Stil novo. A quel primo nucleo originario si devono oggi aggiungere numerosi altri rimatori, che sfuggono a un’impegnativa categorica classificazione. E di questi alcuni sopravvivono – come puri nomi – per un solo componimento; e sono, da un certo punto di vista, i più significativi: come quelli che meglio denunciano, per l’occasionalità della loro presenza, un’attività poetica sentita come mera divagazione, aliena dagli obblighi di un vero e proprio esercizio di Scuola.

Il quadro della più antica lirica toscana si va così sempre più definendo e scomponendo in una varietà di attitudini letterarie, difficilmente riducibili nello schema storiografico della «transizione», del passaggio, tendenzialmente programmatico, da un movimento a un altro, da un gusto a un altro.

Per alcuni dei nostri rimatori il modello dei Siciliani rappresenta l’obiettivo supremo di una vocazione poetica senza ambizioni, che si ferma presto al momento dell’imitazione più o meno fedele. E il ricordo dei Siciliani coincide con il recupero della tematica e del patrimonio espressivo dei Provenzali. Ma non si tratta, come si potrebbe credere, di vano preziosismo arcaicizzante: il ritorno alle fonti più antiche si collega con la più generale tendenza della cultura toscana che, in questo periodo, sembra particolarmente desiderosa di non perdere gli insegnamenti della tradizione e di questa esigenza si fa interprete, a Pisa, Terramagnino con la sua Doctrina de Cort. Ma le tracce del fascino che il mondo occitanico esercita, di là dalla mediazione «siciliana», si riconoscono soprattutto nelle rime dei più autorevoli Bonagiunta, Chiaro e Monte, per non parlare della parte che le dirette reminiscenze provenzali hanno fra le sollecitazioni cui è esposto il mondo di Guittone.

È la voce di una civiltà letteraria che sopravvive conservando il suo valore esemplare di ideale modello che continua a imporsi sulla nostra poesia lirica, per riaffiorare nel canto stilnovista, diffondendosi contemporaneamente nella rimeria cortese settentrionale per tornare a riecheggiare, come motivo non trascurabile, nel «Canzoniere» petrarchesco.

Heidelberg, Universitätsbibliothek. Pal. germ. 848, Codex Manesse (inizi XIV sec.), f. 249v. Konrad von Altstetten con la sua dama.

Il ricordo provenzale, nelle nostre rime, non si riconosce soltanto nelle abbondanti similitudini animali, che spesso traducono alla lettera le formule degli antichi Bestiari, o nelle garbate ma esangui descrizioni primaverili. Esso traspare in certa facile sentenziosità, quasi sempre priva di un vero impegno morale, alla cui origine solo per un’illusione ottica potrebbe porsi Guittone: come potremmo spiegare, infatti, la sua presenza nelle rime di Bonagiunta, più anziano dell’Aretino, e pertanto – di là da ogni altra constatazione più strettamente letteraria – mal riducibile all’insegnamento guittoniano? Presso i nostri Toscani il frammento moraleggiante si dispone, senza alcuna particolare accentuazione, fra gli altri temi cari al convenzionalismo siculo-provenzaleggiante. Si deve attendere il maggiore aretino perché questi spunti occasionali di poesia gnomica si compongano, organicamente, nella struttura di un canto nuovo e di una nuova poetica.

Quanto diciamo valga a modificare il rapporto, tradizionalmente affermato, tra Guittone e gli altri suoi contemporanei, che sarà più di un magistero, smentito a volte dai dati cronologici che possediamo – sia pure incerti e approssimativi –, più spesso (e forse più autorevolmente) contraddetto dal carattere eccezionale di un’esperienza, quella guittoniana, la cui sostanza sfugge all’ambito – veramente ristretto – degli interessi più diffusi presso i Toscani.

Il rapporto va rovesciato. L’Aretino è piuttosto l’espressione più alta di quella koinè letteraria che riunisce, all’insegna della maniera siciliana e provenzale interamente assimilata, tendenze varie, non di rado eterogenee; tendenze che si organizzano, quasi per forza propria, nelle forme di un gusto sperimentale, le cui linee direttrici sono segnate dall’opera di approfondimento, nel senso di una sempre più completa rarefazione psicologica e intellettuale, condotta sugli schemi lirici della tradizione.

London, British Library. Add. 10293 (1316 c.), f. 199. Scena cortese fra Lancelot e Guinevere.

Solo per comodità espositiva può avere un senso frantumare la koinè in alcuni centri di irradiazione e distinguere i lucchesi (Bonagiunta, Dotto Reali) dai pisani (Galletto, Lunardo, Betto Mettefuoco, Ciolo de la Barba, Panuccio dal Bagno, Lotto, Nocco di Cenni, Natuccio Cinquino, Bacciarone, Terramagnino, Pucciandone Martelli), dai pistoiesi (Meo Abbracciavacca, Lemmo Orlandi, Paolo Lanfranchi), dai fiorentini (Neri de’ Visdomini, Carnino Ghilberti, Megliore degli Abati, Pietro Morovelli, Incontrino, Bondie Dietaiuti, Pacino di ser Filippo Angiulieri, Terino, Mastro Francesco, Chiaro Davanzati, Rinuccino, Monte, ecc.), e postulare quindi centri minori, culturalmente legati ai nomi di alcuni sopravvissuti, come un Caccia senese o un ser Alberto da Massa di Maremma e altri.

La possibile distribuzione geografica non deve tradire il carattere sovracittadino dei nostri rimatori, eredi, anche per questo aspetto, della poesia siciliana. Il cosmopolitismo dell’antica lirica federiciana si trasfonde negli accenti di una poesia che rifiuta ogni determinazione storica, e il fenomeno è tanto più evidente nei componimenti senza dubbio suggeriti da Guittone, nelle canzoni di un Panuccio o di un Chiaro, dove l’invettiva non solo trascende ogni ragione contingente, ma si risolve in un moralismo del tutto astratto, che non ha più nulla del «realismo» guittoniano – avendone smarrito la tendenza a un magistero sublime, che assicurava a quell’esperienza una parte, al contrario, ben definibile nella storia dei nostri intellettuali dell’età comunale.

 

Bibliografia:

A. PARDUCCI – G. ZACCAGNINI, Rimatori siculo-toscani del Dugento, serie I, Bari 1915 [liberliber.it].

B. PANVINI, La scuola poetica siciliana. Le canzoni dei rimatori non siciliani, 2 voll., Firenze 1958 [olschki.it].

C. SALINARI (ed.), La poesia lirica del Duecento, Torino 1951.

L’Autentica «Habita» di Federico Barbarossa

a cura di C. FROVA, Istruzione ed educazione nel Medioevo, Torino 1973, pp. 29 e 125, in RM Fonti [sito].

 

Nel novembre 1158, da Roncaglia, Federico Barbarossa emana questa carta in favore degli studenti, nota come «Authentica “Habita”»: con questo nome infatti fu inserita nel Corpus Iuris giustinianeo, quasi a collocarla, alla stregua delle Novellae, come continuazione della legislazione imperiale romana. Essa stabilisce fondamentali privilegi giudiziari a favore degli studenti e in questo senso sarà di modello per tutta la legislazione successiva. Già da tempo fioriva lo Studio di Bologna, e i cultori bolognesi di diritto civile venivano assumendo una particolare importanza nell’elaborazione del programma di restaurazione dei diritti imperiali voluta dal Barbarossa. Le sollecitazioni degli studenti bolognesi dovettero quindi essere determinanti nel decidere l’Imperatore alla concessione di questo privilegio: che tuttavia ha un carattere generale, e non può essere considerato come una «carta di fondazione» dell’Università di Bologna.

Fulda, Hessische Landesbibliothek. Cod. D. 11 (1180 c.) Weingartner Welfenchronik, f. 14r. Federico Barbarossa (Fridericus imperator) in maestà attorniato da suo figlio Enrico VI (Heinricus dux) e dal duca Federico V di Svevia (Fridericus dux). Nella legenda, in alto, si legge: In medio plas residet pater imperialis.

 

FONTE: Frederici I, Imperatoris, Privilegium scolasticum, in G.H. PERTZ (ed.), MGH-Monumenta Germaniae Historica, Leges, II, Hannoverae 1837, par. 114 (p. 249) [dmgh.de].

 

PRIVILEGIUM SCOLASTICUM

Habita super hoc diligenti episcoporum, abbatum, ducum, comitum, iudicium et aliorum procerum sacri nostri palacii examinatione, omnibus qui studiorum causa peregrinantur scolaribus, et maxime divinarum atque sacrarum legum professoribus, hoc nostre pietatis beneficium indulgemus, ut ad loca in quibus litterarum exercentur studia, tami psi quam eorum nuncii veniant, et habitent in eis, secure. Dignum namque existimamus, ut bona facientes nostra laude et protectione tueantur, quorum scientia mundus illuminatur ad obediendum Deo et nobis, eius ministris, vita subiectorum informatur, quadam eos speciali dilectione ab omni iniuria defendamus. Quis enim eorum non misereatur, cum amore scientie facti exules, de divitibus pauperes semetipsos exinaniunt, vita suam omnibus periculis exponunt, et a vilissimis sepe hominibus, quod graviter ferendum est, corporales iniurias sine causa perferunt! Hac igitur generali et in eternum validura edicimus lege, ut de cetero nullus ita audax inveniatur, qui aliquam scolaribus iniuriam inferre presumat, nec ob alterius provincie delictum, quod aloquando ex perversa consuetudine fieri audivimus, aliquod dampnum eis inferat; sciturus, huius constitucionis temeratoribus et illius temporis, si ipsi hoc vindicare neglexerint, locorum rectoribus restitutionem rerum ab omnibus in quadruplum exigendam, notaque infamie ipso iure eis irrogata, dignitate sua inperpetuum careant. Verumtamen si eis litem super aliquo negotio quispiam movere presumpserit, huius rei optione scolaribus data, eos coram domino aut magistro suo vel ipsius civitatis episcopo, quibus hanc iurisdicionem dedimus, conveniant. Quod si vero ad alium iudicem trahere temptaverint eum, et si iustissima causa fuerit, pro tali conamine a debito cadat. Hanc autem legem inter imperiales constituciones sub titulo ne filius pro patre etc. inseri iubemus. Dat. apud Roncalias, anno Domini 1158, mense Novembri.

 

Consultati con ogni diligenza su questo problema abati, duchi, conti, giudici e altre personalità della nostra corte, concediamo per nostra magnanimità a tutti gli scolari che a motivo dello studio si spostano da una località all’altra, e soprattutto ai professori di diritto canonico e civile, questo privilegio, affinché sia essi sia i loro inviati possano recarsi ad abitare in piena sicurezza nelle località nelle quali si praticano gli studi delle lettere. Riteniamo giusto infatti che, esercitando una così lodevole attività, siano protetti dalla nostra approvazione e tutela, che siano preservati da ogni offesa, per così dire, con uno speciale affetto, dal momento che illuminano il mondo con la loro scienza ed educano i sudditi a vivere in obbedienza a Dio e a noi, suoi ministri. E chi non proverebbe compassione di loro, quando, fatti esuli dall’amore della scienza, volontariamente abbandonano la ricchezza per la povertà, espongono la vita ad ogni sorta di pericoli, e, quel che è peggio, spesso sono costretti a subire senza motivo offese corporali dagli uomini più vili! Pertanto con questa legge avente valore generale e perpetuo, stabiliamo quanto segue: ci si guardi bene, d’ora in poi, dal recare a scolari qualsivoglia offesa; non si sottopongano a condanna di alcun genere per delitti commessi in altra provincia, come – a quanto abbiamo udito – accade talvolta per una esecrabile consuetudine; si sappia che ai trasgressori di questa costituzione, e, qualora trascurino di farla applicare, agli amministratori locali a quel tempo in carica, sarà richiesta la restituzione del quadruplo dei beni sottratti, e decretata ipso iure la nota d’infamia, con la decadenza perpetua dal loro ufficio. Inoltre, qualora gli scolari siano chiamati in causa da chiunque per qualsiasi motivo, potranno essere giudicati a loro scelta dal signore, dal loro maestro o dal vescovo della città; ai quali concediamo la relativa giurisdizione. Qualora si tenti di portarli di fronte a un altro giudice, anche se l’imputazione fosse validissima, per questo solo tentativo cadrà. Comandiamo che questa legge sia inserita tra le costituzioni imperiali sotto il titolo ne filius pro patre. Dato a Roncaglia, nell’anno del Signore 1158, nel mese di Novembre.

 

Il magister a lezione. Bassorilievo su lastra, marmo, 1338 c. dal sepolcro di Pietro Cerniti. Bologna, Museo Civico Medievale.

 

Bibliografia:

BAUMGÄRTNER I., “De privilegiis doctorum“: Über Gelehrtenstand und Doktorwürde im späten Mittelalter, HJ 106 (1986), 298-332 [kobra.uni-kassel.de].

KOEPPLER H., Frederick Barbarossa and the Schools of Bologna, HER 54 (1939), 577-607 [Jstor].

MARONGIU A., Le privilegium scholasticum de Frédéric Barberousse et son application, CCMed 15 (1972), 295-301 [persee.fr].

SCHALM A., Die Authentica „Habita“ Friedrich Barbarossas von 1155/58 – Ihre Entstehung und die Folgen, München-Ravensburg 2008 [books.google].

STELZER W., Zum Scholarenprivileg Friedrich Barbarossas („Authentica Habita“), DAEM 34 (1978), 123-165.

ULLMANN W., The Medieval Interpretations of Frederick I’s Authentic “Habita”, in L’Europa e il diritto romano: studi in memoria di P. Koschaker, Milano 1954, I, 99-136.

ZEILLINGER K., Das erste Roncaglische Lehngesetz Friedrich Barbarossas, das Scholarenprivileg (Authentica “Habita”) und Gottfried von Viterbo, RHM 26 (1984), 191-217.

Il rinnovamento culturale (secolo XII)

di M. MONTANARI, Storia medievale, Roma-Bari 2002, pp. 186-190.

I testi scritti, che rappresentano il principale strumento di lavoro degli storici, in Europa si moltiplicano enormemente a partire dal secolo XII. Tale vera e propria esplosione, facilmente percepibile a chi osservi cataloghi di biblioteche e inventari di archivi, costituisce il segno di un processo importante: la ripresa di una tradizione culturale laica che pone fine al monopolio ecclesiastico sulla produzione e la conservazione di scritture. Questa novità è alla base di una serie di fenomeni distinti ma tutti connessi all’ampliarsi del numero delle persone alfabetizzate al di fuori della cerchia dei chierici: l’origine delle università, la riscoperta del diritto romano e del sapere greco, la prima scrittura delle lingue neolatine.

Nuovi modi di scrivere e di leggere

Per comprendere il cambiamento vanno considerati almeno due fattori generali. In primo luogo, la crescita economica iniziata in età carolingia, ampliando gli scambi e rendendo la società più complessa, scatenò il bisogno di fissare per mezzo della scrittura diritti, transazioni e soluzioni di conflitti e fece emergere la necessità di marcare le differenze tra gruppi di nuova formazione. In secondo luogo, la ricomposizione politico-territoriale dovuta a organismi di volta in volta differenti (monarchie, comuni, principati, Papato, Impero) ebbe ovunque come conseguenza la creazione di gruppi di funzionari che impiegavano largamente la scrittura per scopi burocratici. La diffusa presenza di questi gruppi contribuì alla creazione di nuove sedi di trasmissione del sapere e produsse un nuovo pubblico interessato a nuovi generi letterari.

Per queste ragioni, ciò che si verificò durante il secolo XII fu un processo notevolmente più consistente della precedente «rinascita carolingia». Come ha notato Jacques Le Goff, essa, in realtà, non aveva avuto «nessuno degli aspetti quantitativi legati per noi alla nozione di “rinascita”». La cerchia di intellettuali riuniti alla corte di Carlo Magno e dei suoi successori aveva recuperato lo studio dei classici latini soprattutto per migliorare le competenze grammaticali, contribuendo a un allargamento, pur molto limitato, delle «persone colte» [Barone]. Ma il mutamento rimase intero al cenacolo palatino; non si intaccò il carattere elitario del sapere, i libri rimasero oggetti preziosi e costosissimi la cui funzione reverenziale e magica superava di gran lunga il valore di strumento per la comunicazione culturale.

London, British Library. Harley 2895 (fine XII sec.), Psalter de Charité-sur-Loire, f. 82v. Davide affronta Golia.

A partire dal XII secolo tutto questo cambiò. Alla crescita quantitativa del numero di persone alfabetizzate e al connesso allargamento del ceto degli intellettuali si affiancò una svolta qualitativa. Dalla fine del sistema scolastico romano erano emerse forme di alfabetismo imperfetto: alcuni sapevano scrivere solo il proprio nome, altri sapevano scrivere poco ma non leggere. Gli stessi monaci che copiavano i testi procedevano attraverso una sorta di commistione di lettura e apprendimento a memoria (ruminatio), che poco aveva a che spartire con la nozione di “lettura” che ci è oggi familiare [Cavallo]. Dal XII secolo il libro divenne uno strumento fatto per essere letto e utilizzato, non più solo esposto e ammirato. Si moltiplicarono i dispositivi testuali atti a rinvenire rapidamente i singoli passi. Si introdussero intitolazioni per distinguere con caratteri e colori diversi capitoli, paragrafi e sottoparagrafi. Si introdussero note marginali disposte su tutti e quattro i margini della pagina. Si dotarono infine i libri di indici (sistematici e alfabetici) e di richiami, che non si limitavano a facilitare la lettura del testo, ma rendevano anche più semplice il suo riutilizzo in vista di nuove scritture selettive: antologie, centoni, riassunti [Illich].

Amiens, Bibliothèque Municipal. Ms. Lescalopier 30, Esamerone di Ambrogio (fine XII sec.), f. 29v. Il monaco Rufilio di Weissenau, autoritratto mentre scrive.

Queste innovazioni nella disposizione materiale del testo sulla pagina furono strettamente connesse alla nascita di un sistema di studio, la Scolastica, espressione delle nuove sedi di trasmissione del sapere: le università.

La nascita delle università

Nei secoli XI e XII, il termine latino universitas designava qualsiasi comunità organizzata e dotata di un proprio statuto giuridico. Le università dei maestri e degli studenti – le antenate delle nostre università – vennero alla luce assieme ad associazioni di altro tipo, come le universitates formate dalle persone che svolgevano uno stesso mestiere, o dagli uomini che abitavano nel medesimo villaggio. In tutti i casi si trattò di sviluppi spontanei, stimolati dalla medesima necessità – difendersi dall’esterno e organizzarsi dall’interno – che questo periodo portò alla nascita dei Comuni o, in tutt’altro contesto, delle confraternite. Se la spontaneità fu un tratto comune, diversi furono però gli svolgimenti delle varie università all’inizio della loro esistenza, come può mostrare un confronto fra le vicende di Bologna (fondata nel 1088) e quelle di Parigi (fondata nel 1170).

Sebbene le origini siano avvolte nel mistero, sembra appurato che a Bologna l’iniziativa sia partita dagli studenti, in massima parte laici, che si riunivano in società al fine di pagare un maestro che leggesse e spiegasse loro «le antiche leggi dei Romani», cioè il Corpus iuris civilis di Giustiniano. A Parigi ad associarsi furono invece i professori di teologia, per la maggior parte chierici, provenienti dalle principali scuole cittadine (quelle della cattedrale di Nôtre Dame e delle chiese canonicali di Sainte-Geneviève e Saint-Victor), preoccupati per l’ingombrante presenza del cancelliere dell’arcivescovo, unico depositario del potere di conferire diplomi validi per insegnare (licentia docendi).

Bologna, Archivio di Stato. Statuto di Bologna (1376), c. 167 r. O di ‘Ordinamus’ nel IV libro dedicato al diritto civile; scena processuale con il giudice sullo scranno, procuratori,

Le università, una volta divenute – attorno alla metà del XII secolo – importanti sedi per la formazione intellettuale, dovettero affrontare i tentativi egemonici dei poteri vicini e lontani. Con ogni probabilità su iniziativa degli studenti di Bologna, Federico Barbarossa rilasciò nel 1158 la costituzione Authentica Habita, con la quale l’imperatore, in cerca di alleanze per contrastare l’autonomia delle città italiane organizzate in Comuni, concedeva a tutti gli studenti il privilegio di non essere giudicati nei tribunali locali (dei Comuni o dei principi), ma da quelli presieduti dai vescovi oppure dai loro stessi maestri. In tal modo, il Barbarossa soddisfaceva la richiesta di un’associazione che cominciava a subire i tentativi di controllo dei poteri vicini, ma stabiliva un precedente per esercitare egli stesso un ruolo di riferimento. Nel 1200 il re capetingio Filippo Augusto, anch’egli in cerca di sostegni per il proprio potere già saldo ma non incontrastato, concesse agli studenti parigini il medesimo privilegio accompagnato dalla propria protezione.

Ancora più rilevanti, dai primi decenni del Duecento, furono gli interventi pontifici, spesso giustificati con la necessità di mettere pace nelle contese tra università e poteri locali. Così nel 1219 Onorio III riconobbe, da un lato, agli studenti il diritto di protestare contro il Comune bolognese attraverso la pratica dello «sciopero» e l’emigrazione in altre sedi, ma affermò, dall’altro, che le uniche licenze di insegnamento valide sarebbero state quelle concesse dall’arcidiacono della chiesa bolognese. In tal modo, il papa scambiò il proprio aiuto contro l’ingerenza del Comune con il riconoscimento di un potere a lui stesso sottoposto.

A Parigi, la migrazione degli studenti del 1229, originata dalle condanne emanate dal cancelliere contro alcuni di loro, diede vita a un conflitto in cui intervenne persino il pontefice Gregorio IX, che, con la bolla Parens scientiarum del 1231, ridisegnò l’organizzazione universitaria affermandone l’autonomia rispetto alla cancelleria episcopale, alle autorità civili e agli Ordini mendicanti, che in precedenza avevano tentato di egemonizzarla.

Castres, Bibliothèque Municipale. Ms. 3 (XIV sec.), f. 277r. Miniatura dalle Grandes Chroniques de France che ritrae un gruppo di studenti della Sorbona parigina a lezione.

Il modello offerto da queste prime spontanee università fu poi preso in prestito e per alcuni versi snaturato dai principi. Tra i tentativi di questo genere, che costituivano l’espressione più chiara della volontà di controllare la nuova trasmissione del sapere, si annovera la fondazione dell’Università di Napoli nel 1224, per iniziativa di Federico II di Svevia, intenzionato a dotare il proprio regno di una scuola per la formazione dei suoi funzionari. Nel decreto che istituiva il nuovo studium l’imperatore prometteva grandi benefici agli studenti del Regno di Sicilia che avessero scelto di frequentarlo, e stabiliva gravi pene per quanti fossero emigrati per studiare altrove. Era una minaccia per l’antica università di Bologna, esplicitamente citata nel provvedimento, ma anche il segno che il sistema di studio nato e sviluppatosi a Bologna costituiva, ormai, una realtà imprescindibile per la promozione intellettuale del ceto dirigente.

L’organizzazione scolastica del sapere

Sia dove si studiava diritto (come a Bologna), sia dove si studiava teologia (come a Parigi), o le arti liberali del trivium e del quadrivium o la medicina, base dell’insegnamento (lectio) era la lettura di un testo di riferimento classico e autorevole (il Corpus iuris civilis di Giustiniano, la Bibbia, il trattato grammaticale di Prisciano o quello medico di Galeno). Il professore trascorreva la maggior parte del tempo a leggere e a commentare questo testo. I commenti dei docenti cominciarono ben presto a essere raccolti, dagli stessi professori e dagli studenti, sotto forma di «glosse», ossia spiegazioni di determinati passi, e la raccolta di tante glosse allo stesso libro venne a poco a poco a formare gli «apparati», cioè l’insieme delle spiegazioni ai diversi passi del testo.

In un’epoca che ancora non conosceva la stampa, ma solo la copiatura a mano, per evitare il sorgere di equivoci si percepì sin dall’inizio la necessità di poter contare su copie affidabili sia del testo, sia dei commenti, cioè degli apparati composti da glosse disposti sui margini della pagina. A tale scopo si istituirono presso le università botteghe di stacionarii, autorizzati a copiare e a vendere esemplari delle copie autentiche approvate dall’università stessa. La forte domanda di libri che accompagnava il crescere degli studenti favorì la messa a punto di sistemi per accelerare la copia dei manoscritti. Tra questi il sistema della pecia, con la quale a Bologna gli stacionarii distribuivano tra diversi copisti i vari fascicoli (le peciae appunto) di un unico volume, garantendone l’uniformità e tuttavia dividendo i tempi di produzione.

Studenti all’Università di Bologna ritratti in vari atteggiamenti, durante una lectio del giurista Matteo Gandoni. Rilievo, marmo, 1330 c. dal sepolcro di Matteo Gandoni, dal chiostro di S. Domenico. Bologna, Museo Civico Medievale.

Alla rigida immutabilità del testo di base faceva riscontro la libertà nella discussione che dalla lettura di quel testo scaturiva. Gli stessi professori tendevano a segnalare eventuali discrepanze e contraddizioni interne al testo e introducevano nel commento ai passi il riferimento a principi generali in grado di offrire appigli per risolvere il problema (quaestio) che proponevano alla discussione degli studenti. La soluzione delle quaestiones doveva essere motivata sulla base di un ricorso logico ai testi disponibili. Si svolgeva attraverso la proposta delle soluzioni possibili, l’analisi delle argomentazioni, dei principi generali e dei testi in favore dell’una e dell’altra, e infine la scelta dell’interpretazione conclusiva. Le quaestiones non sorgevano solo dall’interno del testo, al fine di rendere concordanti passi discordanti. In altri casi muovevano dal desiderio di applicare i principi e gli argomenti studiati a casi che dai testi non erano previsti. In tal modo l’esegesi diveniva un metodo fortemente versatile che permetteva di usare strumenti antichi e autorevoli per risolvere problemi nuovi, concreti o astratti che fossero.

Fu in questo modo che, pur conservandosi la reverenza verso i testi classici che i secoli precedenti avevano trasmesso, emerse il bisogno di cercare altri libri antichi e di scriverne di nuovi.

***

Bibliografia:

Per una visione generale, si vd. G. BARONE, Oralità e scrittura, in S. COLLODO – G. PINTO (eds.), La società medievale, Bologna 1999, pp. 533-559.

Sulle trasformazioni nei modi di fruizione del libro, si vd. l’antologia di G. CAVALLO (ed.), Libri e lettori nel Medioevo. Guida storica e critica, Roma-Bari 1998; si vd. anche I. ILLICH, Du lisible au visible: la naissance du texte. Un commentaire du “Didascalicon” de Hugues de Saint-Victor, Paris 1991; A. PETRUCCI, Il libro manoscritto, in Letteratura italiana, II. Produzione e consumo, Torino 1983, pp. 527-554.

Sulla differenza tra «rinascita del XII secolo» e «rinascita carolingia», cfr. J. LE GOFF, Gli intellettuali nel Medioevo, Milano 1989 (ed. or. Paris 1957).

Sulla nascita delle università, si vd. l’antologia di G. ARNALDI (ed.), Le origini dell’università, Bologna 1974, con ampia bibliografia. Per la storia delle varie università è ancora utile H. RASHDALL, The Universities of Europe in the Middle Ages, eds. M. POWICKE – A.B. EMDEN, 3 voll., Oxford 1969. Sui funzionamenti interni, si vd. M. BELLOMO, Saggio sull’università nell’età del diritto comune, Catania 1979.

Brunetto Latini

di M. MARTI, Brunetto Latini, in E. CECCHI – N. SAPEGNO (eds.), Storia della Letteratura Italiana, I, Le origini e il Duecento, Torino 1970, pp. 605-609.

 

 

[Brunetto Latini] nacque a Firenze intorno al 1220, forse qualche anno più tardi. Nulla sappiamo della sua giovinezza, spesa assai probabilmente nella formazione culturale comune ai giovani più dotati dell’epoca. Era figlio di un notaio ed era divenuto a sua volta notaio già nel 1254, l’anno dei primi rogiti che di lui ci sono giunti. Dopo essere stato nel 1259 «Antianorum scriba», fu scelto a capo del Comune di Montevarchi (1260), mentre la sua condizione politica diventava sempre più evidente. Quando, infatti, cominciò a profilarsi la rovina della fazione guelfa in Italia, fu lui a essere inviato in Castiglia in qualità di ambasciatore dei Fiorentini, presso il re Alfonso X il Savio, per sollecitarne l’aiuto. Possediamo la lettera con la quale il padre informava Brunetto della sua condanna all’esilio da parte dei ghibellini, vincitori di Montaperti. È probabile che la notizia lo abbia raggiunto mentre tornava dall’inutile ambasceria. Si fermò perciò in Francia, dove, fra Arras, Parigi e altre città, svolse l’attività notarile. Ma appena ebbe appresa la notizia della sconfitta dei ghibellini a Benevento, ritornò a Firenze, dove risulta presente già il 16 marzo 1266. Dopo, la sua importanza nella vita politica del Comune aumentò sempre più fino al Priorato, che egli esercitò in un bimestre del 1287. Qualche anno appresso, nel 1294, si sarebbe spento, onoratissimo.

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana. Ms. Plut. 42.12. Brunetto Latino, Il Tesoro (XIII-XIV secc.), f. 72. Lettera miniata raffigurante Brunetto, intento nella composizione del testo.

Oggi, nella prospettiva storica del Duecento, la fama di Brunetto Latini è legata soprattutto alla sua Rettorica e alla sua traduzione di tre orazioni ciceroniane. Ai suoi tempi, invece, egli fu famoso per la sua opera indubbiamente più impegnativa, Li livres dou Tresor, il frutto, per altro più tipicamente medievale, della sua cultura, insieme con la sua attività di epistolografo curiale (per esempio, introdusse nella cancelleria fiorentina i moduli ritmico-stilistici dello stile gregoriano). Il Tesoro è una vera e propria enciclopedia in tre libri e in lingua francese, una summa di tutte le parti della filosofia (medievalmente intesa), contenente, come in uno scrigno, tutte le ricchezze della scienza. Né è piccolo merito di Brunetto l’aver messo a disposizione della cultura necessariamente spicciola un vasto e pur agile repertorio dello scibile nella lingua più diffusa dopo il latino. Egli si risolse a scrivere in francese, pur essendo «italien», per due ragioni: l’una, perché mentre componeva l’opera, egli dimorò in Francia; l’altra, perché «la parleure est plus delitable et plus commune a tous gens» (e s’intende la parleure francese!). E questa seconda ragione accomuna il notaio fiorentino a Martino da Canale, a Marco Polo, e, almeno in parte, agli altri letterati italiani del tempo, che scrissero in francese.

I tre libri trattano rispettivamente di storia (con un breve excursus teologico) e di storia naturale il primo (astronomia, geografia, zoologia), per il quale Brunetto attinse a numerose fonti, da Isidoro a Orazio, a Goffredo da Viterbo, a Solino, a sant’Agostino, ecc., e naturalmente alla Bibbia; di filosofia pratica il secondo libro, nel quale alla traduzione dell’Etica aristotelica, mutuata dal Compendium di Ermanno il Tedesco, segue un trattato sui vizi e sulle virtù, ispirato principalmente alla Summa aurea de virtutibus di Guglielmo Perrault e da altre numerose fonti minori; di retorica e di politica l’ultimo libro, nel quale confluiscono la traduzione del De inventione di Cicerone, probabilmente già effettuata da Brunetto, con spunti dal De rhetorice cognitione di Boezio e da Li Fét des Romains (retorica), e l’Oculus pastoralis, il De regimine civitatis di Giovanni da Viterbo, oltre a documenti della vita comunale italiana (politica). I più che settanta manoscritti nei quali si può leggere ancora oggi quest’opera di Brunetto, ne testimoniano la diffusione e la fortuna. Ma il Tesoro fu quasi immediatamente volgarizzato, forse da Bono Giamboni, e da questo volgarizzamento sono derivate verosimilmente (per tacere della redazione bergamasca e di quella metrica) le compilazioni catalana, castigliana, latina e un’altra perfino in francese[1].

Genève, Bibliothèque municipale. Ms.fr.160. Rappresentazione allegorica della mercatura dal Trésor di Brunetto Latini.

L’opera, dunque, rispondeva ai più reali e vivi bisogni dell’epoca, particolarmente per il su ultimo libro, che di essa costituisce come il timbro o il suggello, e ne fa, insieme con il resto, un perfetto «manuale di formazione dell’uomo politico»[2]. E in tal senso, nel confluire cioè di eloquenza e di politica, sarà certo da intendere l’insegnamento di Brunetto a Dante («come l’uom s’etterna») e ai Fiorentini del suo tempo, secondo la famosa testimonianza del Villani.

Ecco come Brunetto traccia il programma per l’insegnamento della «politica»[3]:

 

[Li] primi libri dinansi sono a divisare[4] le nature e li cominciamenti [del secolo e l’insegnamenti] dei visii e di vertude, e la dottrina di buona parlatura. Ma in questa parte diretana[5] vuole mostrare Brunetto Latini a compiere al suo amico ciò ch’elli gli avea promesso intorno al cominciamento del primo libro, là o’ egli disse che ’l suo libro finirebbe in politica, questo è a dire lo governamento de la cità, ch’è la più nobile e alta scienzia e ’l più nobile officio che sia in terra, secondo ciò che Aristotali prova in un suo libro.

E già sia ciò che[6] politica comprende generalmente tutte l’arte che bisognano a la comunitade degli omini, nonperquanto[7] lo mastro non s’intramette se di ciò non[8] ch’appartiene al corpo del signore ed al suo diritto officio. Ché allora che la gente cominciaro primamente a crescere e a multiplicare, e che ’l peccato del primo omo s’aradicò[9] sopra lo suo lignaggio, e che ’l seculo li peggiora duramente, sì che l’uno desiderava le cose dell’altro, [li altri per loro orgoglio sottometteano] lo più fievile nel giovo[10] del servaggio, ei con[venia] a fine forsa[11] che quelli che voliano vivere di loro diritto e schifare la forsa dei malfattori, si riducessero insieme in uno ordine. Allora cominciaro a fondare magioni e a fermare vile e fortesse, ed a chiuderele di mura e di fossato. E allora cominciaro a istabilire loro costumi e loro legge e loro diritto […].

 

Brunetto fu anche mediocre verseggiatore. Di lui ci è pervenuta una poco nota «canzonetta», S’eo son distretto inamoratamente, che si iscrive nella tradizione siciliana, oltre al Tesoretto e al Favolello, opere composte entrambe negli anni dell’esilio in settenari a rima baciata, alla maniera francese. Del Favolello (fr. Fablel), una sorta di biglietto versificato a Rustico di Filippo sull’amicizia, s’è già detto. Il Tesoretto s’interrompe dopo 2944 versi monotoni e lenti, quasi del tutto privi di sensibili modulazioni poetiche; e sotto forma di allegoria (la Filosofia boeziana è qui sostituita dalla Natura) contiene un prolisso trattato di filosofia naturale, di filosofia morale (vizi e virtù) e l’inizio di un’esposizione delle arti liberali. Viene così direttamente confermata la vocazione compilatoria e vengono comprovati gli intendimenti etico-didattici dell’autore, che contemporaneamente a esse componeva (è assai probabile) Li livres dou Tresor. Sicché non meraviglia che Dante nel De vulgari eloquentia (I, xiii, 1) abbia posto Brunetto Latini buon ultimo, dopo Bonagiunta, Gallo, Mino Mocato, tra coloro che composero rime «non curialia, sed municipalia tantum». Il Latini poteva davvero essere considerato maestro di «rettorica» (l’arte del buon governo), non certo di poesia!

Firenze, Archivio di Stato. Cap. Fir. Reg 28, fol. 191. Firma autografia di Brunetto Latini: S.T. Et ego Burnettus Bonaccursi Latini notarius interfui et ea rogatus publice scripsi.

 

Più interessano oggi del Latini la sua Rettorica e i volgarizzamenti delle tre orazioni ciceroniane Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiotaro. La Rettorica, scritta forse appena prima del Tresor, è, come quest’ultimo e il Tesoretto, dedicata a un non ben identificato personaggio (Davizzo della Tosa?) e contiene la traduzione dei primi diciassette libri del De inventione di Cicerone, illustrati da amplissime chiose. Brunetto si è attenuto fedelmente al dettato latino, ma non se n’è reso schiavo; egli ha cercato soprattutto di renderne l’organicità complessa, a livello stilistico, e il tono nobile e dignitoso, come nel seguente passo:

 

E certo chi avea forza e podere sopra altri molti non averia patito divenire pare di coloro ch’egli potea segnoreggiare, se non l’avesse mosso sennata e soave parladura, tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale era tanto durata lungamente, che parea ed era in loro convertita in natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s’innalzò in altissime utilitadi delli uomini nelle vicende di pace e di guerra[12].

 

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale. Ms. Magl. II.IV.127. Brunetto Latino, La Rettorica.

Le chiose, che, in omaggio al testo ciceroniano, il Latini scriveva con più minuta grafia, ci riportano alla vocazione definitoria ed enciclopedicamente esaustiva di Brunetto, anche perché, non essendo legate direttamente al testo latino, hanno un andamento stilistico meno complesso e più vicino a quello della prosa narrativa. Ma è pur da notare come esse obbediscano a una coscienza linguistica vigile e scaltrita, che possiede chiaramente i mezzi espressivi nella loro ben utilizzata modernità. Brunetto, insomma, nello scrivere le chiose, assorbì dal latino il senso e il gusto per l’espressione articolata e netta, chiara e organica, ma non ne trasse anche grevi latinismi lessicali e sintattici, nel consapevole rispetto della natura della propria lingua. In tal modo, egli riuscì a creare la prima vera e propria prosa d’arte “moderna”, particolarmente efficace quando, per esempio, s’illuminava di immaginose intuizioni della vita comunale, come nel noto brano della pronuntiatio («avenimento della persona e della voce secondo la dignitate delle cose e delle parole»), così illustrata dal chiosatore:

 

E al ver dire poco vale trovare, ordinare, ornare parole e avere memoria, chi nn sae profferere e dicere le sue parole con avenimento[13]. E perciò alla fine dice Tulio che è pronuntiatio; e dice ch’è quella scienzia per la quale noi sapemo profferere le nostre parole e amisurare e accordare la voce e ’l portamento della persona e delle membra secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione della diceria[14]. Ché chi vuole considerare il vero, altro modo vuole nelle voci e nel corpo parlando di dolore che di letizia, e altro di pace che di guerra. Ché ’l parliere che vuole somuovere il popolo a guerra dee parlare ad alta voce per franche parole e vittoriose, e avere argoglioso avenimento di persona e niquitosa ciera contra’ nemici. E se la condizione richiede che debbia parlamentare a cavallo, sì dee elli avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il segnore parla, il suo cavallo gridi e anitrisca e razzi la terra col piede e levi la polvere e soffi per le nari e faccia tutta romire[15] la piazza, sicché paia che cominci lo stormo[16] e sia nella battaglia. e in questo punto non pare che si disvegna[17] a la fiata levare la mano o per mostrare abondante animo o quasi per minaccia de’ nemici. Tutto altrimenti dee in fatto di pace avere umile avenimento del corpo, la ciera amorevole, la voce soave, la parola paceffica, le mani chete; e ’l suo cavallo dee essere chetissimo e pieno di tanta posa e sì guernito di soavitade che sopr’a lui non si muova un sol pelo, ma elli medesimo paia fattore[18] della pace. E così in letizia dé ’l parlatore tenere la testa levata, il viso allegro e tutte sue parole e viste significhino allegrezza[19].

 

Questo nitido senso della forma venne al Latini dalla sua familiarità con Cicerone, che gli permise di educare, raffinare, acuire il proprio connaturato senso linguistico. E certo, se paragonassimo questa prosa con quella di Guittone, o del Novellino, o con quella di Ristoro, o anche, per quanto possibile, del Malispini, ne sentiremmo più distintamente ancora la “modernità” preumanistica (per la coscienza d’arte da cui deriva), pur se mortificata in schemi ormai vieti e moribondi.

 

Firenze, Biblioteca Riccardiana. Ms. 221, f. 50 r. Manoscritto miniato di un volgarizzamento del Tesoro di Brunetto Latini.

 

***

 

Note:

[1] La prosa del Duecento, a cura di C. Segre e M. Marti, Milano-Napoli 1959, pp. 311-312.

[2] G. Contini, Poeti del Duecento, Milano-Napoli 1960, t. II, p. 172.

[3] Lo diamo nell’antico volgarizzamento attribuito a Bono Giamboni (cfr. Volgarizzamenti del Due e Trecento, a cura di C. Segre, Torino 1953, pp. 67-68).

[4] divisare: trattare.

[5] diretana: ultima.

[6] già sia ciò che: sebbene.

[7] nonperquanto: tuttavia.

[8] se di ciò non: se non di ciò.

[9] s’aradicò: si radicò.

[10] lo piùgiovo: i più deboli nel giogo.

[11] a fine forsa: di necessità.

[12] Cfr. La prosa del Duecento… cit., p. 146.

[13] avenimento: portamento.

[14] diceria: discorso.

[15] romire:  fremere.

[16] lo stormo: l’assalto.

[17] non paredisvegna: sembra assai opportuno.

[18] fattore: fautore.

[19] Cfr. La prosa del Duecento… cit., pp. 150-151.

Guittone d’Arezzo

di A. TARTARO, Guittone e i rimatori siculo-toscani, in E. CECCHI – N. SAPEGNO (eds.), Storia della Letteratura Italiana, I, Torino 1970, pp. 351-378.

 

Scarse notizie possediamo sulla vita di Guittone. La sua nascita, ad Arezzo, è collocata verso il 1235, ma è solo un dato congetturale. Il padre, Viva di Michele, fu camerlengo (cioè tesoriere) del Comune: il poeta stesso ne parla in una lettera a Marzucco Scornigiani, nobile pisano, entrato nell’Ordine francescano, che Dante ricorderà in Pg. VI 18, lasciandosi andare a un accenno autobiografico:

 

[…] Dico che […] Viva di Michele, lo quale fo detto mio padre, camarlingo fue del Comune, e me vedeste picciul garzone molte fiate servi[r] lui in Palazzo[1].

 

Altre notizie ricaviamo dalle sue rime. Esule volontario fuori di Toscana verso il 1257-59 – come apprendiamo dalla canzone Gente noiosa e villana, XV, che sembra alludere ad avvenimenti di quel periodo –, verso il 1265 entrò a far parte dell’Ordine dei Milites Beatae Virginis Mariae (i cosiddetti “Frati Gaudenti”, ricordati in If. XXIII fra gli ipocriti): e anche questo dato è desumibile da una sua canzone, O cari frati miei (XXXII), composta nel 1266 come si può stabilire per un’allusione a Tarlato de’ Tarlati, allora capitano di Arezzo.

 

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale. Banco Rari 217, ex Ms. Palatino 418 (fine XIII sec.), f. 2r. Pagina miniata dal Canzoniere di Guittone d’Arezzo.

 

Due testimonianze documentarie: nel 1285 è a Bologna per curare affari dell’Ordine; il 7 settembre 1293, ad Arezzo, fa una donazione a favore del monastero camaldolese degli Angioli, che doveva ergersi presso Firenze, in cambio di un lauto vitalizio.

Al Federici, lo storico settecentesco dei Gaudenti, risale infine la notizia – desunta da un necrologio bolognese – dell’anno della sua scomparsa, che sarebbe occorsa il 21 agosto 1294.

Le rime di Guittone costituiscono un corpus di cinquanta canzoni (dell’ultima è sopravvissuto solo un frammento) e duecentocinquantuno sonetti: ma alcuni di questi, conservatici unicamente da una stampa cinquecentesca (la Giuntina di Rime antiche del 1527), malgrado autorevoli difese, non possono accogliersi con piena certezza fra le cose sicuramente guittoniane. Ancora fra le rime si collocano, poi, le parti in poesia delle Lettere, la seconda opera dell’Aretino che ci è pervenuta: uno dei documenti più notevoli della nostra prosa d’arte duecentesca.

Si deve al Codice Laurenziano Rediano 9 – il più importante dei manoscritti guittoniani – la netta distinzione, mantenuta dagli editori moderni delle Rime, fra le poesie d’argomento amoroso e civile e quelle di contenuto religioso e moraleggiante: per quanto schematico – né privo di incertezze, nel caso di alcuni componimenti difficilmente classificabili – questo antico ordinamento interpreta senza dubbio un atteggiamento mentale che fu del poeta stesso. La rigida contrapposizione – per la quale si distingue, nelle didascalie che indicano la paternità dei componimenti, «Guittone» da «Fra Guittone», come se si trattasse di due persone diverse – riproduce fedelmente il brusco cambiamento di rotta che l’Aretino volle imprimere alla sue vita e alla sua attività letteraria, al momento dell’adesione all’Ordine. Si legga la canzone Ora parrà s’eo saverò cantare (XXV) che apre, nel codice Laurenziano, la sezione delle rime guittoniane: è il «manifesto» di una nuova poetica che si oppone alla tradizione amorosa, ma è anche un programma di vita morale e religiosa, tanto più convincente – agli occhi dell’autore – quanto più rigorosamente polemico verso le esperienze di un passato che si vorrebbe dimenticare, annullare persino. Il ripudio spietato della propria vita mondana – il trapasso rapido, che dissimula ogni incertezza, ogni possibile ripensamento, dalla condizione dell’uomo a quella del frate – è compiuto interamente nella canzone Ahi, quant’ho che vergogni e che doglia aggio (XXVII, 26-38):

 

Fra gli altri miei follor fo, ch’eo trovai[2]

de disamor, ch’amai:

pregiai onta, e cantai dolze di pianto;

ed ingegnaime manto[3]

30  in fare me ed altrui saccente e forte

’n perder perdendo nostro Dio e amico.

Guai a me, lasso, dico,

e guai a chi nemico

ed omo matto crede, e segue legge

35  d’omo ch’è senza legge!

Però fugga lo meo folle dir como

suo gran nemico ogn’omo,

ch’eo ’l vieto o tutti e per malvagio il casso[4].

 

Spetta allo storico riannodare i fili di una vicenda umana e culturale drammaticamente risolta nel conflitto dei suoi momenti fondamentali; l’astratta contrapposizione di «Guittone» a «Fra Guittone» deve certo superarsi in una ricostruzione più probabile dell’itinerario seguito alla conquista dell’eterno: ma non deve perdersi, nello sforzo di rintracciare l’intima storicità delle rime – il filo di un coerente svolgimento psicologico che le percorre –, il carattere di rivelazione improvvisa, travolgente, che il poeta ha voluto dare alla propria conversione.

 

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana. Ms. Laurenziano Rediano 9, Canzoniere L., f. 66v. Pagina con l’inizio della canzone Gente noiosa e villana di Guittone d’Arezzo.

 

Non abbiamo traccia, nell’opera di Guittone, dell’esistenza di una crisi spirituale in senso stretto. La condanna della propria vita passata – di là dal fervore con cui si è pronunciata – ha tutta l’aria di un atteggiamento letterario, facilmente riconducibile com’è a una consuetudine largamente diffusa nel Medioevo: basti pensare, per la nostra letteratura, agli esempi clamorosi di Jacopone o di Dante; un atteggiamento, beninteso, che riflette – pur nella sua tipicità – le ansie e le attese palingenetiche che percorrono in profondità, fino almeno all’esperienza drammatica del Secretum di Petrarca, lo spiritualismo e il moralismo medievali.

E invero le ragioni della conversione guittoniana – di là dalle sue motivazioni biografiche e sentimentali, a noi del resto quasi inafferrabili – vanno ricercate non tanto in un’improvvisa scoperta del divino, quanto nel maturarsi di un’idealità civile e politica protesa alla conquista di valori eterni, capaci di assicurare l’ordine al quale l’Aretino aspira tenacemente.

Gli ideali etico-politici di Guittone possono ricostruirsi da un gruppo di canzoni – fra le quali la celebre Ahi lasso, or è stagion de doler tanto (XIX), per la sconfitta dei Guelfi a Montaperti (1260) – che segnano il passaggio dalla prima produzione amorosa, di tipo siculo-provenzaleggiante, alle liriche di argomento morale e religioso. In questi componimenti va ricercata la prima origine della conversione.

Si tratta di rime che si collocano, verosimilmente, fra il 1257 e il 1262, in un periodo che precede di poco l’iscrizione del poeta all’Ordine; esse sono: Gente noiosa e villana (XV), Ahi lasso, or è stagion de doler tanto (XIX), Ora che la freddore (XVIII), O dolce terra aretina (XXXIII).

Ci troviamo in un momento, per Arezzo, di profonde trasformazioni. Il Comune, costituitosi negli ultimi anni del secolo XI – sulle rovine del ricco feudalesimo ecclesiastico –, aveva goduto nei primi decenni del Duecento di un grande prestigio: era stato in grado di misurarsi con Siena, con Città di Castello, con Perugia e persino con Firenze; aveva potuto salvaguardare – per la saldezza delle sue istituzioni – la propria autonomia anche contro l’imperatore. A questa generale condizione di benessere era corrisposta una situazione culturale eccezionalmente florida: si pensi all’autorità dello Studio, che poteva vantare tra i suoi magistri un Roffredo Epifanio da Benevento; o al fervore letterario che s’indovina dietro i nomi di Arrigo Testa, di Jacopo da Lèona e di altri, meno noti (come Ubertino di Giovanni del Bianco, mastro Bandino, messer Fino), per non parlare del più autorevole Ristoro.

Nel periodo più maturo della vita comunale, nella seconda metà del XIII secolo, compaiono i primi segni di crisi delle antiche istituzioni: il vecchio Comune aristocratico è ormai avviato al tramonto; le grandi famiglie – i Bostoli, gli Ubertini, i Tarlati – si contendono il primato sulla città; la ricca oligarchia cittadina, alla quale la famiglia del nostro poeta apparteneva, è gradualmente messa da parte: le antiche strutture politiche cedono il passo alle nuove forme di governo signorile; è una crisi lenta che giungerà a compimento solo nel 1287, con la proclamazione del primo Signore di Arezzo nella persona del suo vescovo, il ghibellino Guglielmino Ubertini.

Su questo sfondo i temi della poesia politica di Guittone acquistano di concretezza. La condanna del tempo presente, di cui si sarebbero smarrite la dignità e la grandezza, e poi soprattutto il rifiuto dei contrasti di parte – la ripetuta denuncia della «guerra perigliosa e strana» (XV, 4) –, che, rompendo l’unità dei cittadini, non può non risolversi in un vantaggio per i nemici esterni: sono gli argomenti di una polemica che si ispira a una visione della realtà di tipo conservatore. Guittone pensa con nostalgia a un buon ordine civile irrimediabilmente perduto: a un antico «buon governo» (storicamente identificabile con il primitivo Comune aristocratico) al quale lo legano saldamente affetti e interessi familiari.

Il vescovo Guglielmino degli Ubertini a Campaldino (1289). Illustrazione di G. Rava.

Leggiamo la canzone dell’esilio volontario, Gente noiosa e villana (XV, 15-28). Il poeta ha deciso di allontanarsi da Arezzo, poiché la corruzione della città gli è diventata insopportabile e rifiuta quella guerra che ha stravolto ogni valore:

 

15    Certo che ben è ragione

io ne sia noios’ e spiacente[5],

membrar[6] ch’agiato e manente[7]

li è ciascun vile e fellone,

e mesagiato[8] e povero lo bono;

20  e sì como ciascono

deletta a despregiare

altrui più ch’altro fare;

e como envilia[9] e odio e mal talento[10]

ciascun ver’ l’altro ei porta,

25  e ch’amistà li è morta

e moneta è ’n suo loco;

e com’ solazzo e gioco

li è devetato, e preso pesamento[11].

 

Si è smarrito, ad Arezzo, il senso dell’ordine e della giustizia («… bon uso e ragione / n’è partuto e rea condizione / e torto e falsezza li stae», vv. 30-32); gli si potrebbe obiettare che ogni cittadino ha il dovere di sostenere la propria parte, anche a costo di sacrifici, ma egli non sente quest’obbligo, perché ritiene di essere stato tradito proprio dalla sua stessa fazione. Egli è stato colpito nei suoi interessi personali: perché dunque rimanere? Se Arezzo trovasse la pace e la giustizia di un tempo, il poeta non si allontanerebbe per alcuna ragione dalla propria patria. Si tratta però di una speranza infondata. Dunque, decide di partire: lo accora soltanto il ricordo della sua donna, rimasta abbandonata in città; ma questa non potrà non perdonarlo, pensando che egli, andandosene, si è proposto di migliorare le proprie condizioni per poterla meglio «servire». Che ella si riconforti dunque: le difficoltà della lontananza tempreranno il loro amore. Non lo compiangano gli amici: essi, in realtà, meritano la sua commiserazione per essere rimasti fra gente indegna, in un posto odioso.

La canzone dell’esilio volontario riprende un genere della lirica d’amore, quello del «canto della lontananza», che Guittone adotta ancora nella canzone A renformare amore e fede e spera (VIII). Ma in Gente noiosa lo schema letterario appare sostanzialmente rinnovato: il risentimento privato che s’intravvede fra le pieghe del discorso, la passione dell’uomo deluso infrangono i limiti del canto d’amore; il fervore dell’invettiva civile – che si definisce all’interno di un’esperienza di vita concreta (il ricercato esilio) – non ha più nulla in comune con i modi rarefatti del convenzionalismo cortese: disposto a rinunciare al benessere psicologico e sentimentale, oltre che materiale, per un sublime sacrificio compiuto in nome di Amore.

Anonimo incisore, Ritratto di Guittone d’Arezzo. Wien, Österreichische Nationalbibliothek.

Il centro di questa canzone gravita, del resto, sulla materia da «serventese» della prima parte: l’innesto, nella seconda, di un motivo topico (il lamento della donna disonorata e abbandonata) ha l’aria di una concessione alla poetica siculo-provenzaleggiante, fatta nel momento in cui l’Aretino smentisce uno dei postulati di quella poetica: il principio dell’amore come unico argomento degno di essere celebrato. A guardar meglio non si tratta di un tributo passivo alla tradizione; ma, piuttosto, di un esperimento letterario: è come se Guittone intendesse nobilitare quel suo contenuto polemico, che abbiamo detto «da serventese», imponendogli la dignità (nella struttura del canto) della materia «tragica». Un tentativo dunque affatto aderente al gusto sperimentale che il poeta rivela spesso in altre sue rime.

Questa esigenza letteraria che Guittone rivela (di non perdere il senso di un’esperienza raffinata, che informa la lirica della tradizione provenzale) è all’origine delle soluzioni tematiche e stilistiche che egli adotta nelle altre sue rime politiche. In queste si perde la voce del risentimento personale; il fervore polemico si sposta su un altro piano: non più quello della pura violenza verbale, che può sempre giudicarsi gratuita, ma quello, più ricercato e letterariamente prezioso, dell’invettiva sentenziosa. Nelle forme dell’oratoria gnomica si attua così l’ideale culturale di una poesia di stile tragico che, avendo consumata l’esperienza della poesia d’amore, inadeguata alle nuove istanze dell’ispirazione civile, si dispone all’elaborazione di un canto nuovo, che con Dante si potrebbe definire cantus rectitudinis.

In questa prospettiva si spiega il richiamo alla grandezza di Roma: un tema, ben noto alla cultura medievale, che ritorna nella canzone per la battaglia di Montaperti e che si può ritrovare (come motivo ricorrente) in tutta la tradizione della lirica civile guittoniana (da Chiaro in poi). Il mito retorico-umanistico della grandezza esemplare di Roma ha lo scopo di imprimere alla materia politica la sigla di un’ispirazione raffinata, nutrita di cultura.

Leggiamo la più famosa delle canzoni politiche del nostro Aretino:

 

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto

a ciascun om che ben ama Ragione,

ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,

ca morto no l’ha già corrotto e pianto,

5         vedendo l’alta Fior sempre granata

e l’onorato antico uso romano

ch’a certo pèr, crudel forte villano,

s’avaccio ella no è ricoverata:

ché l’onorata sua ricca grandezza

10   e ’l pregio quasi è già tutto perito

e lo valor e ’l poder si desvia.

Oh lasso, or quale dia

fu mai tanto crudel dannaggio audito?

Deo, com’hailo sofrito,

15   deritto pèra e torto entri ’n altezza?[12]

 

Firenze fu grande finché rimase in pace: avrebbe potuto rinnovare l’impero romano e non le sarebbe stato difficile, tanto si prodigava per mantenere la pace e la giustizia; e proprio questa sua cura spiega il prestigio che ha acquisito:

 

ch’al mondo no ha canto

30   u’ non sonasse il pregio del Leone.

 

ma il Leone – il Marzocco, simbolo del Comune – ora è decaduto; privato della sua forza, avvilito, è stato reso impotente:

 

E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono

de la schiatta gentil sua stratti e nati,

che fun per lui cresciuti e avanzati

sovra tutti altri, e collocati a bono;

e per la grande altezza ove li mise

40   ennantir sì, che ’l piagãr quasi a morte;

ma Deo di guerigion feceli dono,

ed el fe’ lor perdono;

e anche el refedier poi, ma fu forte

e perdonò lor morte:

45   or hanno lui e soie membre conquise[13].

 

Il nobile Comune è conquistato; ha scambiate le parti con Siena che ora ricambia i danni un tempo subiti da Firenze:

 

ché Montalcino av’abattuto a forza,

Montepulciano miso en sua forza,

e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;

Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle

55   e Volterra e ’l paiese a suo tene;

e la campana, le ’nsegne e li arnesi

e li onor tutti presi

ave con ciò che seco avea di bene.

E tutto ciò li avene

60   per quella schiatta che più ch’altra è folle[14].

 

È certamente folle chi cerca la propria rovina, sacrificando la libertà e tirandosi addosso la signoria del nemico; ma i Fiorentini rimasti in patria sembrano soddisfatti. Ebbene, si godano i Tedeschi accolti in casa, li servano:

 

[…] e faitevo mostrare

le spade lor, con che v’han fesso i visi,

padri e figliuoli aucisi;

e piacemi che lor dobiate dare,

perch’ebber en ciò fare

75  fatica assai, de vostre gran monete[15].

 

Ricompensino dunque i Guidi e gli Uberti che hanno provocato tutto ciò, assicurando a Firenze l’egemonia sulla Toscana. Signori d’Italia – conclude ironicamente Guittone –, Firenze vi chiama alla sua corte; è diventata regina della Toscana, da quando ha sconfitto i Tedeschi e i Senesi.

Non può sfuggire l’operazione stilistica, nella quale si traduce un atteggiamento mentale e culturale che l’autore ha compiuto. L’obiettivo immediato dell’invettiva – la politica dei ghibellini fiorentini – si dissolve in un linguaggio figurato che evita ogni determinazione di fatti e di circostanze. Solo indirettamente, fra le pieghe del discorso, si riconoscono gli avvenimenti ai quali il poeta allude: la prima espulsione dei guelfi nel 1248, la pace delle due fazioni nel 1251, la congiura ghibellina del 1258 (cfr. vv. 35-45). La polemica si ferma sui particolari nella seconda parte (vv. 51-60; 76-90), quando il lamento del moralista (il «corrotto» per la morte di «Ragione», della giustizia) trapassa nell’aperta denuncia e nell’ironia. Ma anche qui il discorso non si esaurisce nelle vicende che hanno provocato lo sdegno e la satira del poeta: queste, invero, nelle forme dell’eloquenza guittoniana, perdono ogni carattere di contingenza e di occasionalità per assumere il valore di situazioni emblematiche, esemplari. In questa prospettiva si ricostituisce – anche nei momenti della polemica più diretta e scoperta – quel piano di intellettuale distacco dalla propria materia nel quale il nostro autore recupera la raffinatezza artistica della lirica amorosa, della poesia di stile tragico. Ed è un piano raggiunto attraverso una costante tensione espressiva, che assume alcuni degli strumenti tradizionali del discorso ornato: il polisindeto, il chiasmo, la metonimia, l’iperbato, la sineddoche. Tutti sono qui disposti all’insegna dell’ironia:

 

Monete mante e gran gioi’ presentate

ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti

ch’a tanto grande onor v’hano condutti,

che miso v’hano Sena in podestate;

80             Pistoia e Colle e Volterra fanno ora

guardar vostre castella a loro spese;

e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese,

Montalcin sta sigur senza le mura;

de Ripafratta temor ha ’l pisano,

85     e ’l perogin che ’l lago no i tolliate,

e Roma vol con voi far compagnia.

Onor e segnoria

adunque par e che ben tutto abbiate:

ciò che desïavate

90     potete far, cioè re del toscano[16].

 

La radice ideologica del canto per Montaperti – il conservatorismo guelfo proteso all’esaltazione della pace, dell’antico buon ordine comunale – può riconoscersi meglio nella lettera ai Fiorentini (XIV), sul medesimo argomento, nella quale l’intenzione didascalica, da vero e proprio trattato, che presiede nelle epistole, obbliga l’Aretino a rendere esplicite le proprie ragioni ideali, più chiaramente di quanto non accada nella canzone, ma in forma non meno preziosa e rara. Nella lettera agli Infatuati miseri Fiorentini l’accendo cade apertamente sui valori della giustizia e della pace, che Guittone considera strettamente congiunti:

 

E dovete savere che non cità fa già palagi, né rughe belle; né omo persona bella, né drappi ricchi; ma legge naturale, ordinata giustizia, e pace e gaudio intendo che fa cità, e omo ragione e sapienzia e costumi onesti e retti bene. O che non più sembrasse vostra terra deserto, che cità sembra, e voi dragoni e orsi che citadini! […][17].

 

Ritorna poi il confronto con Roma:

 

O miseri, miserissimi disfiorati, ov’è l’orgoglio e la grandezza vostra, che quasi sembravate una novella Roma, volendo tutto suggiugare el mondo? E certo non ebbero cominciamento li Romani più di voi bello, né in tanto di tempo più non fecero, né tanto quanto avavate fatto e eravate inviati a fare, stando a comune. O miseri, mirate ove siete ora, e ben considerate ove sareste, fustevi retti a una comunitade. Li Romani suggiugono tutto il mondo: divisione tornati hali a neiente, quasi […][18].

 

I numerosi punti di contatto esistenti fra la lettera e la seconda canzone contro Arezzo (O dolce terra aretina, XXXIII) ci obbligano a collocare la composizione di quest’ultima in un periodo non troppo lontano dal 1260: si può pensare al 1261-62, malgrado altre proposte che la sposterebbero al 1285-88.

Al 1261 risale la canzonetta Or che la freddore (XVIII), dedicata a Orlando da Chiusi, discendente di un nobile che donò la Verna a san Francesco, nemico del vescovo Ubertini e da questi privato delle terre. Si tratta di un componimento importante non tanto per i valori artistici raggiunti (perché non si va al di là di un’orecchiabile esortazione moralistica) quanto per un certo atteggiamento che vi si scopre e che aiuta meglio a definire il moralismo guittoniano nel quadro degli interessi politici e delle attitudini letterarie che siamo andati tracciando.

La consolatio a Orlando da Chiusi si ispira a una concezione attiva della vita. I momenti difficili rivelano la saldezza morale, il valore di un uomo; il poeta vuol confortare, con un canto virile, chi è in difficoltà; i lamenti e i sospiri non approdano a nulla; si deve resistere, tenacemente, alle avversità (vv. 31-34):

 

Piangendo e sospirando

non acquista l’om terra,

ma per forza di guerra

saggiamente pugnando[19].

 

Nel secondo congedo l’esortazione a Orlando trova gli accenti che saranno poi dell’oratoria gnomica dantesca (vv. 57-62):

 

Ser Orlando da Chiuse,

in cui già mai non pose

perduta disconforto,

60     se ’l tempo è stato torto,

par che dirizzi aguale;

per che parrà chi vale[20].

 

La conoscenza dell’occasione che ha suggerito a Guittone questo componimento – la confisca delle terre di Orlando da Chiusi da parte del vescovo aretino – ci aiuta a riconoscere il fondo politico, di là dalla materia sentenziosa che lo dissimula. Ma ancora una volta il nostro poeta si preoccupa di evitare la polemica spicciola, che non trascende l’occasione che l’ha provocata; il risentimento dell’uomo di parte – che non condivide gli interessi dell’Ubertini – si scioglie nel moralismo: il suo atteggiamento è quello di un solitario che, dall’alto di una presunta superiorità, impartisce ai contemporanei la propria lezione morale. È nata la figura tipica dell’intellettuale comunale, depositario di un patrimonio ideale e culturale nel quale si ripongono le ragioni più vere del viver civile.

E solo per un effetto ottico il moralismo, nella prospettiva in cui il poeta si dispone, può essere scambiato per una forma di evasione dalla realtà e dai suoi problemi concreti: non sarà evasiva, del resto, la concezione dantesca dell’Impero o, in condizioni storiche diverse, la soluzione umanistico-letteraria proposta poi da Petrarca. Il moralismo è per Guittone la chiave d’interpretazione della realtà. In esso confluiscono naturalmente le delusioni e le speranze del cittadino; con esso si rinnova la voce della tradizione lirica che continua a suggerire i modi di una poesia che trascende i limiti dell’esperienza concreta, alla ricerca di una dimensione nella quale il reale, attraverso il filtro di una sottile coscienza letteraria, divenga tipico, cioè universale.

 

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Ms. Chigiano L. VIII 296 (XIV sec.), f. 85 r. La battaglia di Montaperti (1260), dalla Cronica di Giovanni Villani.

 

Ma i motivi d’interesse suscitati dalla canzonetta Ora che la freddore non riguardano soltanto il significato del moralismo all’interno del pensiero politico dell’Aretino. È preannunciata la maniera – ben più grave, idealmente e artisticamente più elaborata – delle grandi canzoni dell’impegno etico-religioso. Il canto di Guittone vuol essere l’affermazione prepotente di una vitalità spirituale che disperde, per sua intima forza, il gelo che imprigiona la realtà contemporanea:

 

Ora che la freddore

desperde onne vil gente,

e che falla e desmente

gioia, canto ed amore,

5       ho di cantar voglienza

per mantener piacenza,

tutto che perta e danno

e travaglio ed affanno

vegname d’onne parte;

10     ma per forza sen parte[21].

 

È la sua la «forza de core» (v. 21) che supera ogni ostacolo, affermando gli obiettivi di un animo onesto e semplice:

 

e canto ora in favore

25     d’onne sconfortato omo,

che conforti! e mir’como

val meglio esser gaudente

non avendo neente,

ch’aver lo secol totto

30     dimorando a corrotto[22].

 

Si deve attendere che Guittone s’imbatta nell’Ordine dei cavalieri perché questo ideale trovi il sostegno di un autentico programma d’azione; ritornerà allora la prospettiva di una vita «gaudente», che il Frate affermerà con orgoglio, ritorcendo in un senso benevolo le malevoli insinuazioni popolari (O cari frati miei, con malamente, XXXII, 105-107):

 

105   Ben agia chi noi pria chiamò gaudenti,

ch’ogn’omo a Dio renduto

lo più diritto nome è lui gaudente[23].

 

Siamo giunti all’ultima delle canzoni politiche, che precedono la conversione: O dolce terra aretina (XXXIII). Al passato splendore di Arezzo è contrapposta la presente bestialità dei suoi cittadini (vv. 41-50):

 

Ahi, como mal, mala gente

de tutto bene sperditrice,

te stette sí dolce notrice

e antico tanto valente!

45     Ché di ben tutto la trovasti piena:

secca hai quasi la vena;

l’antico tuo acquistò l’onor tutto:

tu l’hai oramai destrutto,

tu, lupo [ de la greggia ] ispergitore

50     siccom’esso pastore[24].

 

L’inciviltà degli Aretini rievoca un’immagine (vv. 54-60) che abbiamo già incontrato nella lettera ai Fiorentini:

 

Ahi, che non fuste nati

55      di quelli, iniqui schiavi, e vostra terra

fusse in alcuna serra

de le grande Alpi che si trovan loco!

e là poria pugnare

vostro feroce affare,

60      orsi, leoni, dragon’pien’di foco[25].

 

Gli Aretini sono come accecati: ritrovino per un momento la propria lucidità, si guardino attorno; considerino quanto in basso sono caduti e quale grado di onore e di prestigio avrebbero raggiunto se si fossero ben amministrati. Abbiano compassione di se stessi e dei propri figli, ritornino a perseguire il bene. È folle chi ritorna al male, pur avendone provati gli effetti.

Solo in parte questo nostro sommario aderisce al movimento reale del discorso guittoniano, il cui filo si disperde fra le numerose annotazioni sentenziose che vi si addensano.

La materia politica, nel vivo dell’esperienza guittoniana, ha subito un processo di progressiva rarefazione, i cui effetti si scoprono già all’esame della struttura di questo canto. Completamente dispersa la voce della protesta personale – del cittadino colpito direttamente nei propri interessi (canzone XV) – si è andata man mano dissolvendo anche l’eco delle passioni di parte (vive nel lamento guelfo per Montaperti); è sopravvissuto l’ardore militante del moralista, che nella struttura aperta del canto, concepito come un repertorio inesauribile di ammonizioni, riversa la sua ansia innovatrice: il desiderio di rinnovamento morale e civile che trascende le occasioni particolari, che, di volta in volta, lo stimolano e che rifiuta, con queste, gli obblighi di un’argomentazione concretamente legata ai fatti della realtà empirica che fa da sfondo. Di qui la difficoltà (o meglio l’inutilità) di seguire dall’esterno, attraverso la parafrasi, il filo logico del discorso guittoniano, che è più precisamente un filo emotivo, e quindi evanescente, quando sia astratto dal contesto degli espedienti artistici che lo determinano. Un filo emotivo, dunque, costruito abilmente, mediante il ricorso a una vera e propria “microtecnica” – come felicemente è stata definita l’attitudine dell’Aretino a impegnarsi «non in una voluta ricerca di espedienti nuovi e complicati, ma in una sorta di rarefazione e condensazione su temi ridotti» (Bonifazi).

Ancora una volta l’identificazione delle ragioni ideali che il discorso di Guittone sottende trapassa nella definizione degli strumenti retorico-stilistici impiegati. Né potrebbe accadere diversamente nel caso di un’esperienza nella quale agiscono concordemente, come sollecitazioni di natura diversa, ma acute in egual misura, il richiamo al presente – che rivive nelle passioni del cittadino – e il fascino di una tradizione culturale, quella latino-medievale e romanza, che rappresenta per il nostro letteratissimo poeta un’ideale pietra di paragone. È del resto in questo nodo (nell’incontro di una sensibilità intellettuale nuova con le ragioni di un’antica e ancor valida civiltà letteraria) l’originalità di Guittone, che si cercherebbe inutilmente in un innaturale distacco dalla tradizione o negli spunti frammentari di una poesia immediata e cordiale, la cui sigla si sperderebbe nell’illusorietà di ogni lettura estetizzante.

Cavaliere. Bassorilievo, marmo, fine XIII sec. dalla tomba di Guglielmo di Durfort. Firenze, Basilica della SS. Annunziata.

Intorno al 1265, come abbiamo detto, Guittone entrò a far parte dell’Ordine dei frati gaudenti, da poco fondato a Bologna per l’iniziativa, fra gli altri, di Loderingo degli Andalò e di Catalano dei Catalani. Il suo moralismo conservatore si riconosce facilmente in un programma, come quello dei Cavalieri di Santa Maria, che guarda a un buon ordine sociale, fondato sulla pace delle fazioni anzitutto, ma assicurato e illuminato, poi, dai principi di certo generico e abusato umanitarismo (difesa dei deboli, dei fanciulli e delle donne, assistenza agli indigenti), che dissimula il sostanziale «controriformismo» del movimento.

L’Aretino assume con impegno la parte del fervido propagatore e difensore dell’Ordine. Le sue rime d’argomento morale nascono da un’adesione convinta ed entusiasta al «vero amore», che si contrappone all’amore falso per il mondo e le sue lusinghe. È l’entusiasmo del neofita che scopre un patrimonio ideale che lo eccita:

 

Non donqu’è ’l mal più a far che ’l ben leggero,

ma più grav’è in natura e in uso anco.

75     Gaudendo tribula om, male operando;

bon ben gaude, penando.

Gaude, combattend’om bon cavalero,

e donna, maschio bel figlio facendo,

martir, morte soffrendo[26]

 

ma è pure l’entusiasmo di chi in quel patrimonio ideale riversa un’antica vocazione moralistica, la cui presenza, nel suo animo, risale agli anni precedenti, se alcuni dei temi che abbiamo incontrato nelle rime politiche ritornano ora in un plazer (XXXIV, 5-8):

 

5       Primamente nel mondo agrado pace,

unde m’agrada vedere

omo e robba giacere

in boschi, al certo, sí come in castelli[27]

 

posti accanto ad altri che più direttamente s’ispirano agli ideali della Cavalleria gaudente, come l’esortazione alla beneficenza o l’esaltazione della fedeltà matrimoniale e della castità.

La materia etico-politica è interamente trasfusa nei principi più generali di un ordine civile posto sempre più in alto, in una sfera inattingibile di esperienze sublimi ed eroiche; in questa prospettiva la poesia gnomica di Guittone raggiunge effetti certamente originali, scoprendo la virtù espressiva di impasti stilistici intentati o l’efficacia di giochi concettuali, come l’antitesi, suo strumento oratorio prediletto (vv. 96-105):

 

e m’adolza lo cor sovente audire

la fermezza e l’ardire

de li antichi cristian bon cavaleri:

ahi, che dolz’è membrar la pacienza

100  e la grande astenenza

e l’ardor de lor gran caritate,

e come al martir gion costanti e feri,

non certo men volonteri

che pover giocolaro a grande dono

105 e basso cherco a sua gran degnitate[28].

 

Il cammino che Guittone ha percorso dalle prime canzoni politiche alle rime della sua piena maturità può essere misurato facendo riferimento alla canzone XLVII, Magni baroni certo e regi quasi, collocabile intorno al 1284 – come suggerisce la dedica a Ugolino della Gherardesca e a Nino Visconti, signori di Pisa dopo la battaglia della Meloria.

 

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Ms. Chigiano L. VIII 296 (XIV sec.). Miniatura dalla Cronica di Giovanni Villani che raffigura Ugolino della Gherardesca che rientra a Pisa, mentre Nuro di Gallura ne fugge.

 

Al conte Ugolino e a Nino, giudice di Gallura: siete potenti; la vera grandezza deriva dal bene; è giunto il momento di dimostrare il vostro valore; la legge di Dio e la buona coscienza impongono che si ami il prossimo come se stessi: quanto amore, dunque, si deve nutrire per un caro congiunto, che sia peraltro ammalato; ammalato è il Comune di Pisa («… il comun vostro, / ov’è voi e onne vostro. / E non dunque amerete amico tanto?», vv. 64-66):

 

Infermat’è, signor mii, la sorbella

70    madre vostra e dei vostri, e la migliore

donna de la provincia e regin’anco,

specchio nel mondo, ornamento e bellore.

Oh, come in pia[n]ger mai suo figlio è stanco,

vederla quasi adoventata ancella,

75         di bellor tutto e d’onor dinudata,

di valor dimembrata,

soi cari figli in morte e in pregione,

d’onne consolazione

quasi in disperazione,

80    e d’onni amico nuda e d’onni aiuto?

Tornata e povertá sua gran divizia,

la sua gioia tristizia,

onne bon mal, e giorno onne appiggiora,

unde mal tanto strani han compatuto:

85    o non compaton figli, e d’ess’han cura?[29]

 

Voi dovete guarirlo. Tutto il mondo sa che da voi dipendono il male e il bene della vostra città: prendete a modello i Romani, non i tiranni che distruggono la propria terra. Agite, dunque, con amore: ne riceverete gioia e vantaggio! In due modi si può innalzare il grado della propria potenza: con la malvagità o con la bontà. Con la prima si decade facilmente, con la seconda si raggiunge un obiettivo eterno, vivificato dall’amore. I Pisani sono consapevoli del fatto che la loro guarigione è riposta in voi: i loro figli penseranno a voi e ai vostri discendenti come a salvatori; dimostrate di saper distinguere il bene dal male!

Nel monito dell’Aretino si riconoscono gli echi di argomentazioni già largamente usate: è la voce di certo enciclopedismo medievale (pensiamo soprattutto all’opera di Vincenzo di Beauvais) che si riversa apertamente nelle Lettere; un materiale eterogeneo di esperienze spirituali che Guittone ritiene esemplari e che dispone, a volte, in una serie continua di citazioni – come nell’epistola a Monte Andrea (III), costruita per intero su sentenze che ci trascinano dai filosofi classici fino ai Padri della Chiesa e ai pensatori cristiani, attraverso le testimonianze delle Scritture – o più spesso – come nelle Rime e nella maggior parte delle Lettere – nel tessuto sentenzioso di un discorso che propone i risultati estremi (il succo, diremmo) di una saggezza antica che costituisce l’organismo di pensiero di cui il poeta si sente depositario.

Nessuna originalità, dunque, nella materia della predicazione guittoniana. La voce originale dell’autore è altrove: è nella ricchezza della sua esposizione, nella varietà delle forme in cui si rivela la sua vocazione di trattatista morale; è in un uso particolare dell’amplificatio, potremmo dire adoperando un termine della retorica antica.

Il problema di «ampliare», cioè di svolgere convenientemente un tema prescelto, si presenta a Guittone nei termini diffusi dalle Arti poetiche medievali, che tramandano, spesso irrigidendoli, i principi dell’eloquenza classica. Ma nel Guittone maturo la tecnica dell’amplificatio – con i colores, gli espedienti retorici che ne costituiscono la struttura espressiva – non si esaurisce mai nel mero edonismo, nel gioco prezioso delle immagini che traducevano, presso i Siciliani, il gusto di un godimento letterario allo stato puro, non inquinato dalle preoccupazioni di una verità biografica che, rompendo il giro delle allusioni subito percepite, avrebbe compromesso gli effetti dell’arte. L’amplificatio guittoniana ha invece un’intima funzionalità concettuale che ci riporta direttamente all’accezione originaria di quel termine. «Ampliare» la propria materia è per l’Aretino renderla più persuasiva, capace di penetrare l’animo dell’ascoltatore, disponendolo alle pressioni di un discorso solo in apparenza serrato razionalmente. In realtà, esso è tenuto insieme, con un’opera a incastro, da intimi richiami (di immagini, oltre che di concetti) che si sottraggono alla linearità di ogni argomentazione logica per convergere verso la parola-chiave, emblema di una verità percepita e racchiusa in una parola, appunto, che la condensa (obiettivo di una tensione stilistica che in essa finalmente si risolve), come in XLVII, 18-23:

 

Grandezza di poder né pò né dia

se non di bonitá seco ha grandezza:

20    grande di bonitá val per sé bene.

Vera[ce]mente in operar fortezza

grandezza di poder omo convene:

ché degno è onne reo debele sia […][30].

 

Sono questi i momenti più ardui della poesia guittoniana, quelli nei quali l’Aretino sembra riproporsi gli ambiziosi effetti del trobar clus, che immediatamente respingerebbe il gusto di un lettore romantico (pensiamo alle pagine che il De Sanctis dedicò al nostro poeta!). Ma sono anche i momenti più rari: le punte estreme di una tecnica letteraria che giunge, attraverso una sorta di auto-esaltazione, alla rarefazione intellettuale. Sono, all’interno delle canzoni maggiori, i luoghi dell’estrema concentrazione concettuale, ottenuta mediante il ricorso agli strumenti più comuni dell’eloquenza classica, ovvero l’antitesi e l’interrogazione retorica:

 

70            O struggitor di noi, se qui è gravezza,

ov’è donqua allegrezza

Forse ’n inferno, ove corremo a prova?

[…]

O vengiator di mia onta, o ventore

d’onne meo percussore,

o ver soccorso a tutti miei bisogni,

165  pur non de te me slogni,

ferro, foco, infermitate, affanno,

omo, fera, demonio o cosa quale

tener poreami danno?

Nulla certo […][31]

 

A tratti il tono concitato dell’orazione cede a un’impostazione didascalica, quasi prosastica:

 

Primo: ben temporal val men che neente,

ver ben che non dismente;

secondo: ben terreno è fastidioso

135  ver ben divin gioioso;

terzo: ben ch’ha mal fine è di mal peggio […][32].

 

e sono i momenti che preludono sempre all’impennata del predicatore:

 

O caro segnor meo e dibonare,

140  como m’osa blasmare

alcun, se m’ho donato te seguire?[33]

 

Nicola Pisano, Il Giudizio universale. Panello ad altorilievo, marmo di Carrara, 1257-60, dal Pulpito del Battistero. Pisa, Battistero.

 

In alcuni casi, l’arte difficile cede al richiamo di un’ispirazione più distesa, ma non meno fervida, come nelle laudi – a Gesù (XXXV), a Maria (XXXVI), a san Domenico (XXXVII), a san Francesco (XXXVIII) –; è l’eco di una tradizione popolareggiante che suggerisce cadenze discrete:

 

Graziosa e pia,

virgo dolce Maria,

per mercé ne ’nvia — a salvamento![34]

 

***

 

Meraviglioso beato

e coronato — d’onore![35]

 

che consiglia l’uso di un linguaggio pittoresco:

 

35    sputo, fragelli e morte

laida prendesti traforte,

vita noi dando tuttore[36].

 

arricchito dalla metafora facile, che richiama concetti familiari:

 

60            O bon Gesù, te, tal barone,

vedemo lasso, preso e denudato,

legato en tondo, siccome ladrone […][37].

 

***

 

Agricola a nostro Signore

non terra ma core — coltando […][38].

 

Ma non si tarda a scoprire, anche qui, la ricercata letterarietà che è al fondo dell’invocazione: gli spunti di una poesia più cordiale tornano a disporsi nella struttura perplexa del discorso. Ritroviamo così i parallelismi, costruiti per antitesi (XXXV, 27-30):

 

O bon Gesù, tu troppo amando,

la carne nostra, vil tanto, prendesti;

scendesti a terra, noi a ciel montando

30    e, facendo noi dii, om te facesti[39].

 

il gusto per l’adnominatio («… crudel crudeltate», XXXV, 83), dell’equivoco:

 

Enviane a bon porto,

5      vero nostro conforto,

per le cui man n’è porto — tutto bene […][40].

 

e della figura etimologica:

 

Domenico degno nomato,

a Domino dato — for patto![41]

 

Ritroviamo, insomma, quel bagaglio di strumenti espressivi che sostengono l’ornatus difficilis del nostro poeta.

Nelle altre rime moraleggianti gli argomenti non differiscono gran che da quelli nei quali ci siamo imbattuti finora. Sono i principi cui si ispira la comune coscienza religiosa: la dolcezza di servire Dio rinunciando ai beni terreni, l’obbligo di ritrovare la radice razionale della nostra natura umana (XXIX), la fede nell’aldilà (XXXI), la necessità di conquistare e di mantenere il vero onore («… quello frutto / che de valore avene; / avene – e adorna lo core e la vita», XLIII, 17-19), l’obbligo di sostenere ogni sacrificio con quella sicurezza che si acquista servendo umilmente Dio (XLIV), nel quale è la vera sapienza (sonetto 140), nella cui bontà si deve sperare (sonetto 142). E poi la fragilità di ogni umana potenza (sonetto 161), la vanità della ricchezza materiale (sonetto 146), la condanna dell’odio (sonetto 144) e dell’eresia (sonetto 145), l’esaltazione della castità e della purezza femminile (sonetti 151, 152, 172); e via dicendo.

 

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana. Ms. Laurenziano Rediano 9, Canzoniere L., f. 105r. Pagina con alcuni sonetti di Guittone d’Arezzo.

 

Il canto della rettitudine presuppone il tirocinio stilistico compiuto da Guittone con le sue rime d’amore. Queste ripetono situazioni ben note alla tradizione provenzale e siciliana: l’innamoramento a prima vista, l’esaltazione e lo scoramento, l’imprecazione contro l’ingiustizia di Amore; e, poi, i temi ricorrenti in quell’antica lirica: l’orgoglio della donna, la perfidia dei «malparlieri», lo strazio della lontananza.

Ma ciò che colpisce è, ancora una volta, la ricchezza espressiva che l’Aretino ci rivela, il suo gusto per l’esperimento letterario, che ci trascina nella canzone sostenuta, contrassegnata da puntuali allusioni alla mitologia dell’erotismo di corte:

 

Ché sí como l’Autore

pon, ch’amistá di core

è voler de concordia e desvolere,

75    faite voi me, ché zo volete ch’eo[42]

 

alla canzonetta dal ritmo semplice, orecchiabile:

 

Amor, non ho podere

di piú tacere ormai

la gran noi che mi fai;

tanto mi fa’ dolere,

5      che me pur sforza voglia,

amor, ch’eo de te doglia[43].

 

dagli accenti tragici dell’amor sublime («Voi mi Deo sete e mia vita e mia morte…», VIII, 35) ai toni popolareggianti di certa sensualità di maniera, che ha potuto esser presa, romanticamente, come l’espressione di una nuova sensibilità realistica:

 

Rapente disianza

in me è adimorata per mant’ore,

caro amore, de te repleno gire.

15    Amor, perch’altra usanza

me non porea far degno prenditore

del gran riccore ch’aggio al meo disire?[44]

 

È il gusto per il tentativo che, in alcuni casi, assume le forme, pur sempre eccezionali nelle rime guittoniane, del discorso equivoco: come nelle canzoni XI, XII, XIII e nei sonetti 31, 113, 114; ma che più spesso si esprime in una poesia di tono medio, in equilibrio fra la compostezza classicheggiante, cui aspira tutta la nostra lirica pre-dantesca, e certo barocchismo per il quale, nel dettato dell’Aretino, le immagini si addensano con effetti da “stile comico”: una maniera questa, del resto, che il Nostro adotta apertamente nella tenzone con la «donna villana» (sonetti 81-86). Non ci stupisce, pertanto, che la seconda generazione dei rimatori comico-realistici – pensiamo soprattutto al Faitinelli – s’imbatta naturalmente nella poesia guittoniana, quando negli schemi evasivi della tradizione “comica” si sente il bisogno di calare – sulla scia del rinnovamento dantesco – la voce del risentimento politico.

Ma l’Aretino aspira a un magistero culturale che può garantirgli soltanto la conoscenza, fedele, della tematica provenzaleggiante. Nascono così i sonetti più manierati, quelli nei quali si illustrano – con la guida di Andrea Cappellano – i principi dell’etica d’amore (sonetti 87-110); nascono le canzoni dense di ricordi scolastici, come la I (Se de voi, donna gente…), vero repertorio di situazioni abusate, i sonetti di corrispondenza con mastro Bandino (28-30) e con messer Gherardo (75).

Giotto di Bondone, La cacciata dei diavoli da Arezzo (particolare). Affresco, 1295-1299 ca. Assisi, Basilica Superiore.

 

La poesia amorosa di Guittone ha in sé i germi della sua dissoluzione. Nella disponibilità espressiva del nostro poeta si indovina il carattere dilettantesco – in un senso che non esclude l’impegno professionale dell’artista – della sua produzione giovanile, che vive nel gioco dei ritmi intentati – senza mai giungere a una rivoluzione lessicale –, degli ardui giri sintattici, negli effetti inconsueti di un formalismo prezioso, compiaciuto a volte (XI, 61-66):

 

Scuro saccio che par lo

meo detto; ma’ che parlo

a chi s’entend’ed ame:

ché lo ’ngegno mio dàme

65   ch’i’ me pur provi d’onne

mainera, e talent’honne[45].

 

A questo punto, la crisi, che è spirituale, certo, ma letteraria al tempo stesso (abbiamo già visto come l’esperienza umana e quella culturale procedano parallelamente in Guittone, intrecciandosi in un nodo che non va districato, pena l’incomprensione). All’antica lirica d’amore l’Aretino contrapporrà il suo canto nuovo, la sua nuova poetica, fondata sull’impegno della predicazione civile e morale, ma non meno ambiziosa di quella tradizionale (XXV, 1-6):

 

Ora parrá s’eo saverò cantare

e s’eo varrò quanto valer giá soglio,

poiché del tutto Amor fuggo e disvoglio,

e piú che cosa mai forte mi spare!

5      Ch’ad om tenuto saggio odo contare

che trovare — non sa, né valer punto […][46].

 

È la canzone della conversione: vi si esprime il senso di un’esperienza artistica inconsueta, ma sicura dei risultati raggiunti; gli ideali dell’etica gaudente si propongono come una pietra di paragone, in grado di verificare il valore di un canto autenticamente ispirato, di garantirne l’altezza e l’efficacia. È un programma letterario, ma è pure, nella struttura complessiva del canzoniere, un centro di raccordo: il cardine di una vicenda concepita come sorta di itinerarium in Deum, l’esemplare viaggio di un’anima dal terreno al divino. E in questa tendenza, a raccogliere intorno a un centro narrativo le «rime sparse», è un aspetto non secondario, a nostro giudizio, dell’esperienza letteraria di Guittone, che condivide, sia pure su un piano minore, il bisogno di una rappresentazione organica del proprio mondo – costretto alla coerenza di una vicenda esemplare – che ritroveremo nella Vita nova dantesca e nelle Rime petrarchesche.

È questo certamente il momento più delicato nella storia della poesia guittoniana. L’Aretino piega alle esigenze della sua polemica alcuni spunti della trattatistica cortese: in primo luogo, quello dell’irrazionalità di Amore non è più il sintomo di una tipica situazione psicologica, ma è una «condizione umana», è la follia (XXV, 10-11):

 

10    ché ’n tutte parte, ove distringe Amore,

regge follore — in loco di savere […][47].

 

Si tratta di un’operazione che Guittone ripete per altri temi, utilizzando per il suo scopo il III libro del De amoreDe reprobatione Amoris – (cfr., in particolare, la canzone XXVIII).

All’amore-follia si contrappone il vero amore del Frate. In questo è la radice dell’esistenza e in questo va ricercata la ragione della nuova poetica, del canto della rettitudine, in cui l’Aretino riversa le sue speranze di un sublime rinnovamento civile, e, al tempo stesso, la voce di un’esperienza artistica consumata, tesa a una perfezione espressiva che sembra sfuggire (XLIX, 163-170):

 

E dice alcun ch’è duro

e aspro mio trovato a savorare;

165  e pote essere vero. Und’è cagione?

che m’abonda ragione,

perch’eo gran canzon faccio e serro motti,

e nulla fiata tutti

locar loco li posso; und’eo rancuro,

170  ch’un picciol motto pote un gran ben fare[48].

 

Il peso dell’esperienza guittoniana nella storia della nostra più antica poesia lirica può essere facilmente valutato. Il magistero dell’Aretino è riconoscibile non solo nella tenue poesia dei suoi seguaci, troppo spesso incapaci di assimilare a fondo la lezione del maestro, ma soprattutto nell’impegno intellettuale degli Stilnovisti, certo più vicini a Guittone che agli spensierati Siciliani. Si riconosce, inoltre, nel moralismo di Dante – polemico nei confronti dello stesso Guittone (cfr. DVE I, xiii, 1; II, vi, 8; e Pg. XXIV, 55; XXVI, 124), ma implicitamente cosciente della necessità di fare i conti con una personalità non mediocre e, malgrado tutto, attuale –; nel distacco aristocratico del Petrarca civile; e, infine, nella poesia “minore” del Trecento: né solo nelle rime di argomento politico e morale – per le quali si dimostra la validità del genere poetico che Guittone ha introdotto in Italia. In generale, il ricordo guittoniano (nelle forme di un linguaggio più mosso e concreto di quello tardo-stilnovistico) riaffiora come uno degli elementi più notevoli dello sperimentalismo che contraddistingue la lirica dei «minori», prima della restaurazione classicista promossa da Petrarca.

 

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale. Ms. Membr. Banco Rari 217 (XIII sec.), Canzoniere P, f. 5v. Miniatura con Guittone d’Arezzo.

 

***

 

Note:

[1] Cfr. Le lettere di fra Guittone d’Arezzo, a cura di E. Meriano, Bologna 1923 (Lettera XVIII); ma citiamo, come faremo in seguito per la lettera ai Fiorentini, nel testo fissato da M. Marti per l’antologia La prosa del Duecento, a cura di C. Segre e M. Marti, Milano-Napoli 1959, p. 69.

[2] trovai: poetai.

[3] manto: molto.

[4] per malvagio il casso: lo cancello, lo rifiuto come cattivo. Cfr. Rime di Guittone d’Arezzo, a cura di F. Egidi, Bari 1940, pp. 65-66.

[5] noios’ e spiacente: dispiaciuto.

[6] membrar: con valore di gerundio, ricordando.

[7] manente: ricco.

[8] mesagiato: franc. disagiato.

[9] envilia: invidia.

[10] mal talento: malanimo, malizia, malvagità.

[11] G. Folena propone di leggere pensamento (in LN XVI [1955], pp. 100-104]; vale fastidio. Citiamo questa canzone nel testo di G. Contini, Poeti del Duecento, Milano-Napoli 1960, t. I, pp. 200-201.

[12] vv. 1-15. Ahimè (ahi lasso), ora è il momento (stagion) di soffrire (doler) a tal punto (tanto) da parte di chiunque (a ciascun om che) ami davvero (ben) la Giustizia (Ragione), che io (ch’eo) [mi] meraviglio che trovi (u’ trova; u’ = dove, lat. ubi) conforto (guerigione), [e] che (ca) la sofferenza (corrotto) e il pianto non lo abbiano (no l’ha) già ucciso (morto), vedendo la nobile (alta) Firenze (Fior) sempre fiorente (granata; da granare = mettere semi) e l’antico [e] onorato costume (uso) romano che certamente (ch’a certo) muoiono (pèr = perisce), crudeltà (crudel) assai (forte) vergognosa (villano), se essa (s’ella) [: Firenze] non è soccorsa (ricoverata) in fretta (avaccio): dato che (ché) la sua grandezza ricca e rispettata (onorata) e il (’l) [suo] valore (pregio) sono (è) già quasi interamente (tutto) estinti (perito) e il valore e il potere (’l poder) se ne vanno (si desvia). Ahimè, quando altro mai (or quale diamai; dia= dì, giorno) fu sentita (fuaudito) una sventura (dannaggio= danno) altrettanto (tanto) crudele? [O] Dio (Deo), come lo hai (hailo) tollerato (sofrito= sofferto), [che] muoia (pèra= perisca) il diritto e il torto trionfi (entri ’n altezza; ’n= in)?

[13] vv. 35-45. E chi le (li= gli) ha fatto ciò? Quelli che sono discesi (stratti) e nati dalla sua stirpe (schiatta) nobile (gentil), che furono (fun) grazie a lei (per lui; riferito al Leone) resi potenti (cresciuti) e innalzati (avanzati) più di chiunque altro (sovra tutti altri), e collocati in prestigio (a bono); e a causa della (per la) grande altezza ove [Firenze] li [:i suoi cittadini] mise si inorgoglirono (ennantîr; dal provenzale enantir= ‘salire, innalzare’) tanto (= così), che la (’l= il) ferirono (piagâr) quasi a morte; ma Dio le fece (feceli= li fece) dono della (di) guarigione, ed ella (el=  egli) li perdonò (fe’ lor perdono= fece, cioè diede, il perdono a loro); e ancora la (el= il =lo) ferirono di nuovo (refedier= riferirono) dopo (poi), ma [Firenze] fu forte [:resistette] e risparmiò loro la vita (perdonò lor morte= rinunciò a ucciderli): ora hanno sconfitte (conquise= conquistate) lei e le sue (soie) membra.

[14] vv. 51-60. Dal mo-mento che (ché) [Siena] ha (av’<e>) abbattuto con la (a) forza [le mura di] Montalcino, ha conquistato (miso en sua forza) Montepulciano, detiene il tributo (la cervia) e la rendita (’l frutto) della Maremma; considera come suoi (a suo tene = tiene per proprio) San Gimignano, Poggibonsi e Colle [di Val d’Elsa] e Volterra e il [relativo] territorio (’l paiese); e [Siena] tutti ha (ave) catturato: la campana, le insegne e le armi (li arnesi) e gli arredi (li onor), insieme a ciò (con ciò) che c’era (avea; impersonale) di buono (di bene) con essi (seco). E tutto ciò gli (li) [: al Comune di Firenze] è capitato (avene= avviene) a causa di (per) quella genia (schiatta) [: i ghibellini] che è più malvagia (folle) di [ogni] altra (ch’altra).

[15] vv. 70-75. […] e fatevi (faitevo) mostrare le loro spade, con le quali (con che) vi hanno ferito (fesso; participio passato di fendere) i visi, [e] hanno ucciso (aucisi) padri e figlioli; e mi piace (piacemi) che dobbiate dar loro del vostro denaro (de vostremonete) in gran quantità (gran).

[16] vv. 76-90. Monete in abbondanza (mante) e numerosi gioielli (gran gioi’<e>) offrite (presentate) ai Conti [Guidi] e agli (a li) Uberti e a tutti gli altri che vi hanno condotto a tanto grande onore, che hanno messo (miso) Siena in vostro potere (v’<i>…in potestate) [:con ironia]; Pistoia e Colle [di Val d’Elsa] e Volterra ora fanno sorvegliare (guardar) le vostre fortezze (castella) a loro spese; e il conte Aldobrandino (’l Conte Rosso) possiede il territorio della Maremma (Maremma e ’l paiese), Montalcino sta sicuro (sigur) senza le mura; i pisani(’l pisano; il singolare è metonimia) hanno paura (temor) per (de) Ripafratta, e i perugini [temono] che togliate loro (no i = non gli) il lago [Trasimeno], e Roma vuole (vol) fare un’alleanza (compagnia) con voi. Dunque pare che abbiate onore e potere (segnoria) e ogni altro bene (ben tutto): potete fare ciò che desideravate (desïavate), cioè i re della Toscana (del toscano; neutro).

[17] Cfr. La prosa del Duecento… cit., p. 61.

[18] Cfr. ibid.

[19] Cfr. Rime… cit., p. 40.

[20] Cfr. ibid., p. 41.

[21] Cfr. ibid., p. 39.

[22] Cfr. ibid., p. 40.

[23] Cfr. ibid., p. 86.

[24] Cfr. Poeti del Duecento… cit., t. I, p. 223.

[25] Cfr. ibid., p. 224.

[26] Cfr. Rime… cit., p. 79 (XXX, 73-79).

[27] Cfr. ibid.., p. 93.

[28] Cfr. ibid., pp. 95-96.

[29] Cfr. Poeti del Duecento… cit., t. I, p. 238 (XLVII, 69-85).

[30] Cfr. ibid., p. 236.

[31] Cfr. Rime… cit., pp. 85 e 88 (XXXII, 70-72; 162-169).

[32] Cfr. ibid., p. 87 (XXXII, 132-136).

[33] Cfr. ibid. (XXXII, 139-141).

[34] Cfr. ibid., p. 99 (XXXVI, 1-3).

[35] Cfr. Poeti del Duecento… cit., t. I, p. 227 (XXXVII, 1-2).

[36] Cfr. Rime… cit., p. 97 (XXXV, 35-37).

[37] Cfr. ibid., p. 98 (XXXV, 60-62).

[38] Cfr. Poeti del Duecento… cit., t. I, p. 227 (XXXVII, 17-18).

[39] Cfr. Rime… cit., p. 97.

[40] Cfr. ibid., p. 99 (XXXVI, 4-6).

[41] Cfr. Poeti del Duecento… cit., t. I, p. 227 (XXXVII, 12-13).

[42] Cfr. Rime… cit., p. 5 (I, 72-75).

[43] Cfr. ibid., p. 6 (II, 1-6).

[44] Cfr. ibid., p. 12 (V, 12-17).

[45] Cfr. Poeti del Duecento… cit., t. I, p. 199 .

[46] Cfr. ibid., p. 214.

[47] Cfr. ibid.

[48] Cfr. Rime… cit., p. 135.

Giannozzo Manetti

da E. GARIN, La letteratura degli umanisti, cap. VI: La trattatistica latina e volgare, in E. CECCHI – N. SAPEGNO (dir.), Storia della Letteratura Italiana, III. Il Quattrocento e l’Ariosto, Torino 1970, pp. 242-245.

 

Cavalcanti lamentava una crisi del diritto e invocava la giustizia e con Seneca guardava amaramente al presente. Cristoforo Landino, ricordando una volta «quelle concioni le quali in laude di Giustizia per antica consuetudine» si facevano in Firenze, ossia i pubblici «protesti» o esortazioni, innanzi al popolo e ai magistrati, apprezzava fra i primi Buonaccorso da Montemagno pistoiese, morto non ancora quarantenne nel 1429, alla cui penna sono attribuite alcune delle orazioni in volgare pronunciate da Stefano Porcari «all’entrata dei Signori». Di Buonaccorso resta, accanto alle altre declamationes retoriche in latino (per esempio, pro L. Catilina contra M.T. Ciceronem), un celebre e diffuso De nobilitate, due volte volgarizzato già nel Quattrocento (e una delle versioni, forse, è dell’Aurispa), nel quale due giovani romani, Publio Cornelio e Gaio Flaminio, gareggiando per la stessa fanciulla, fondano su opposte argomentazioni la propria eccellenza. Si tratta, qui, di un esercizio retorico con i due discorsi contrapposti; ma l’appassionata difesa della nobiltà che nasce dalle opere virtuose spiega bene la fortuna e la diffusione di uno scritto destinato ad avere non pochi imitatori.

 

Donatello, Il profeta Abacuc (particolare del volto). Statua, marmo, 1423-1425. Firenze, Museo dell’Opera del Duomo.

 

I «protesti» di Buonaccorso furono pronunciati da Porcari come podestà; le esortazioni alla giustizia, in latino e in volgare, che conservate in un notevole numero di codici costituiscono una delle produzioni caratteristiche di molti dei grandi umanisti fiorentini, sono quelle che il Gonfaloniere teneva in occasione del suo insediamento. Ne troviamo di Manetti, di Palmieri, di Donato Acciaioli, di Pier Filippo Pandolfini e di altri non pochi. Celebri rimasero i protesti di Giannozzo Manetti, la cui opera si colloca appunto, con quella di Acciaioli, di Palmieri, di Alberi e di Rinuccini, nel travaglio della vita fiorentina dalla crisi della Repubblica al consolidamento della potenza de’ Medici: travaglio che si riflette in pieno nelle vicende letterarie e nelle inflessioni via via assunte dalla cultura umanistica.

In un certo senso, la figura di Manetti campeggia esemplare proprio in un periodo di trapasso, allorché Firenze mutò alleanze e orientamento di politica estera, mentre si andava affermando e rafforzando la Signoria. Nato nel 1396, morto esule nel 1459 a Napoli, dove aveva goduto l’amicizia di Alfonso e la benevolenza di Ferdinando, fu anche presso Niccolò V, di cui rimane efficace biografo. Di Firenze, prima dell’esilio, Manetti era stato più volte ambasciatore, e aveva ricoperto cariche importanti. Allievo di Traversari e amico di Bruni, ne aveva letto l’elogio funebre. Dotto, oltre che di greco e di latino, di ebraico, tradusse le opere morali di Aristotele e tentò una versione dei Salmi dall’originale, difendendola poi in un’Apologia. Compose due grandi lavori, l’uno apologetico Adversus Judaeos et gentes pro catholica fide, l’altro storico De illustribus longaevis. Scrisse le vite parallele di Socrate e Seneca; stese in latino e in volgare (nel 1438) un Dialogus consolatorius de morte filii, e nel 1448 un Dialogus in domestico et familiari quorundam amicorum symposio. La sua opera più celebre resta tuttavia il De dignitate et excellentia hominis in quattro libri, dedicati a re Alfonso, cominciato nel 1450 e finito nel 1452. Lo scritto nacque per una gara con il De excellentia et praestantia hominis di Bartolomeo Fazio (dedicato a Niccolò V), come Manetti medesimo ricorda nella prefazione all’Aragonese, che, in seguito a una conversazione a Torre del Greco, lo aveva spinto a comporre l’opera[1].

 

Cristofano dell’Altissimo, Ritratto di Giannozzo Manetti. Olio su tavola, 1588 c. Firenze, Palazzo degli Uffizi – Complesso vasariano.

 

Il testo di Fazio era una convenzionale ripresa di un tema già caro alla letteratura patristica e poi vivo lungo tutto il Medioevo – a questo proposito, non sarebbe difficile allineare un gran numero di testi, con argomenti fissati da una tradizione retorica che risale oltre Lattanzio a Cicerone. L’originalità di Manetti, dunque, non sta nell’assunto e neppure nella dimostrazione non a caso condotta con largo sfoggio di citazioni ciceroniane, ermetiche e patristiche. La novità è piuttosto nella consapevole presa di posizione contro ogni concezione tendente a svalutare la natura dell’uomo, la sua corporeità, i suoi limiti, il suo essere esposto al male e alla morte. Proprio il quarto libro, vivacemente polemico nei confronti del De contemptu mundi di Innocenzo III, intende consacrare la vita e, soprattutto, sottolineare nell’uomo la capacità di fare, di costruire, di ottenere con le proprie opere quello che non ha avuto dalla nascita. Di qui il valore assegnato al mondo della cultura, della civiltà, dell’arte; di qui un battere sul fare piuttosto che sull’essere. Certo, in Manetti, come del resto in molta di questa letteratura, non è ancora presente il tema proprio di Pico della Mirandola, che implica una diversa visione metafisica delle cose: la priorità assoluta dell’uomo e solo nell’uomo, della libera decisione. In quest’ottica, soltanto l’uomo non è vincolato da una forma, o essenza; la sua specie è dovuta alla scelta. Con tutto ciò la forte rivendicazione del mondo umano non solo stacca l’opera di Manetti dalla retorica d’uso, ma assume un significato quasi esemplare, mostrando come la nuova cultura fosse capace di rendersi conto delle proprie radici speculative e delle loro implicazioni. Nella pur dimessa prosa di Giannozzo, di là dalle lunghe citazioni, c’è già la confutazione di ogni tentativo di ridurre gli studia humanitatis a un puro cambiamento di metodi educativi, a un fatto retorico, collocato di qua di ogni concezione della realtà. Programma di studi e visione dell’uomo, del suo significato e dei suoi compiti, sono solidali tra loro e indisgiungibili. Il maggior significato dell’opera di Giannozzo Manetti è, forse, nell’averlo dichiarato nettamente per la prima volta.

 

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale. Ms. II, IV, 109, Lettera scritta da Agnolo Manetti per il padre GIannozzo, indirizzata a Donato Acciaioli, da Vacciano (8 ott. 1450), f. 82r, sui fanciulli morti senza battesimo.

 

Anima profondamente religiosa, studioso di ebraico e raccoglitore fra i primi di manoscritti ebraici, anche in questo Manetti si colloca sulla linea di Giovanni Pico. «Non si pose a esporre né Marziale cuoco, né a scrivere cose frivole e vane», avrebbe osservato Vespasiano da Bisticci, chiaramente opponendolo non solo a Perotti e alla sua Cornucopia, ma anche a tutta la degenerazione erudito-retorica dell’Umanesimo. Non a caso, il «commentario» dedicato a Bernardo dal Nero è, più ancora che una biografia, il ritratto del dotto ideale («se fusse stato ne’ tempi de’ prestantissimi uomini che ebbe la romana repubblica, l’avrebbero illustrato colla memoria delle lettere») quale dovevano vagheggiarlo in Firenze («per aver dinanzi agli occhi una sì degna imitazione») gli uomini della generazione di mezzo, fra l’età di Salutati e quella di Lorenzo, Ficino e Pico: uomini in cui l’ottimismo circa i poteri della «virtù» si spegneva e si accentuava il senso dell’instabilità delle cose e del potere della «fortuna», mentre i casi amari della vita ridavano un senso ai grandi problemi e nell’attenuarsi della fiducia nel mondo si riaffacciavano tutte le tentazioni di dottrine evasive e consolanti. Al di là delle pagine dolorose di Leon Battista Alberti i riti e i sogni dei platonici avrebbero riaperto le vie delle speranze impossibili.

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[1] Cfr. G. Manetti, De dignitate et excellentia hominis, in E. Garin, Prosatori latini del Quattrocento, Milano-Napoli 1952, p. 422.